Il fatto di non aver nulla da dire viene oggi spacciato come diritto e persuade la stessa persona, convinta di avere quel diritto, a parlare, regalandole gratificazione autoreferenziale di cui ormai siamo prigionieri, prigionieri che lucidano le loro catene e si vantano del loro splendore senza potersi in realtà muovere da un’area circoscritta e limitata.

Non si ha più voglia di pensare, ma solo di essere pensati.

E così non ci sono argomenti sui quali non sia possibile dire la propria. Il parlare a sproposito, il livore di chi non sa distinguere il confronto dallo scontro, l’incompetenza spacciata come diritto di parola non sono certo cose nate sui social, ma indubbiamente sui social hanno trovato il palco ideale per un pubblico che è anche attore, nonché delle potenzialità di crescita, oserei dire, senza limiti.

Il concetto di pudore risulta spesso obsoleto, un qualcosa che le nuove generazioni conoscono sempre meno, esisti se fai vedere più di quanto esisti se provi a sentire.

Il narcisismo imperante porta tutti noi a specchiarci nei riflessi ideologici di quel che vorremmo essere, ma che sovente non siamo o quantomeno quel che siamo, invece di poter essere al servizio del prossimo, è alle dirette dipendenze di un ego che non fa altro che toglierci dai rapporti con il prossimo maggiormente basati su fiducia, rispetto e condivisione che non sia social, ma sociale, che non sia virtuale, ma reale.

Creato il vuoto va riempito e a creare il vuoto, negli ultimi decenni almeno, ci ha pensato una società che ha tolto alla comunità per dare ad un individuo che di conseguenza se ne trova sprovvisto e sperimenta la solitudine non come scelta o incidente di percorso, ma come condizione esistenziale, una mentalità artefatta dalla politica, dai media e dall’uso invasivo della tecnologia che ci ha fatto credere che tutto fosse possibile, salvo poi toglierci gli strumenti con i quali riuscivamo ad ottenere sempre e comunque quel poco che invece bastava a far sentire le persone sane, funzionanti e ben inserite nei loro contesti relazionali ed era alla nostra portata.

Chi s’accontenta gode si diceva non molto tempo fa, ma chi non s’accontenta gode ancora di più si dice con convinzione oggi, ci riavvolgiamo su circoli esistenziali che ci riportano ai punti di partenza, ma più affaticati e demoralizzati perché prima o poi ci si accorge che si gira in tondo, che le mete, se raggiunte, vengono poi spacciate solo per nuovi punti di partenza, la corsa è all’infinito.

Un moto perpetuo di resistenza all’esistenza in condivisione reale e comunitaria, le giovani generazioni ne rimangono affascinate non potendo fare il raffronto con il passato, imbevute di un presente ideologicamente possibilista e non riuscendo a cogliere le perdite subite e le vecchie generazioni, quando non completamente instupidite, sembrano non avere la forza o la volontà di contrapporvisi efficacemente.

Una lotta impari in cui l’unica speranza è che la Natura Umana, quella vera, prima o poi riprenda il controllo, difficilmente in modo indolore, ma non mi sembra che questa società, nonostante i proclami il dolore l’abbia bandito, l’ha solo vestito a festa, rendendo l’effetto grottesco. Connettersi non è relazionarsi, connettersi è il volto moderno e rassicurante dell’isolamento individuale. Nell’assenza di distanza non necessariamente troviamo vicinanza.

Vignetta di Pietro Vanessi

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