È il 19 maggio 1982, ore 20. Ritorno della finale di Coppa UEFA. Siamo al Volksparkstadion e sul terreno di gioco l’Amburgo di Ernst Happel è destinato a trionfare. Ne sono convinti i 60.000 tifosi tedeschi. D’altronde quella è una squadra costruita per vincere. È prima in Bundesliga, ha un grande tecnico e giocatori importanti come Felix Magath, Dittmar Jakobs, Horst Hrubesch e Manfred Kaltz. Deve recuperare solo l’uno a zero patito all’andata, frutto di un campo ai limiti dell’impraticabilità per la pioggia. Nessuno quindi appare davvero preoccupato. Ma preoccupati non sono nemmeno i rivali. È il Goteborg, la rivelazione della Coppa UEFA. Sono alla loro prima finale europea ma non sono la prima squadra svedese a raggiungere l’ultimo atto di un torneo continentale. Tre anni prima il Malmoe aveva sfiorato la Coppa Campioni perdendo contro il Nottingham Forest.

Un percorso autoritario quello degli svedesi, iniziato eliminando Haka Valkeakosken, Sturm Graz e Dinamo Bucarest, prima dei quarti di finale contro il Valencia. Sulla carta una sfida proibitiva. Eppure i biancoblù bloccano gli spagnoli al Mestalla sul 2-2 e poi vincono al Gamla Ullevi per 2-0 grazie alle reti di Holmgren e Fredriksson. In semifinale c’è il Kaiserslautern, reduce dall’impresa contro il Real Madrid. Il Goteborg però non mostra paure neppure in Germania e con Corneliusson strappa un importante 1-1 al Fritz-Walter-Stadion. Lo stesso risultato dei regolamentari nel ritorno. Nei supplementari è il rigore di Fredriksson a lanciare gli svedesi verso la finale. Ma chi è l’artefice di tutto questo? È un 34enne di origini finlandesi, figlio di un conducente di autobus e di una impiegata in un negozio di tessuti. Si chiama Sven Goran Eriksson.

Nato il 5 febbraio 1948 a Sunne, il pallone è entrato nella sua vita solo all’età di 15 anni. Prima il sogno era il salto del trampolino. Le soddisfazioni calcistiche però non sono all’altezza delle sue ambizioni. A 27 anni è ancora nella Serie C svedese. Decide così di iniziare il corso da allenatore, anche perché il tecnico del Degerfors Tord Grip gli propone di aiutarlo come secondo. È il 1976. La coppia conquista la Serie B e poi Grip se ne va, chiamato dall’Under 21 svedese. Eriksson resta solo. Senza il suo mentore potrebbe perdersi, ed invece completa l’opera. Il Degerfors conquista la massima categoria. Il suo nome comincia a circolare. Le chiamate per ingaggiarlo si moltiplicano. Tra queste c’è quella del Goteborg. Non è una squadra qualsiasi. È uno dei club più prestigiosi di Svezia. I dubbi però sono tanti. Cosa potrebbe mai fare quel tecnico appena 31enne che proviene dalla serie cadetta? Vince subito la Coppa di Svezia nel 1979 con un 6-1 all’Atvidabergs e si piazza due volte secondo e una volta terzo in campionato. Insomma, è sempre ai vertici.

Quella finale di Coppa UEFA rappresenta il punto più alto di un triennio inatteso. Inatteso come l’andamento di quella partita di ritorno. Sì, però il Goteborg ad Amburgo è padrone del campo. Un dominio che si concretizza poco prima della mezz’ora. Corneliusson approfitta di un’indecisione della difesa tedesca per raccogliere al volo un traversone dalla sinistra di Holmgren. La palla finisce sotto alla traversa. Uno a zero. Sul Volksparkstadion cala il silenzio. Tutti attendono adesso la reazione amburghese ma questa non arriva, anzi. Gli errori si moltiplicano e in uno di questi Torbjorn Nilsson viene lanciato in contropiede. Il suo diagonale è preciso. Stein è ancora battuto. Passano altri quattro minuti e ancora Nilsson viene atterrato in area da Wehmeyer. È rigore. Fredriksson chiude i conti. Il suo destro viene solo sfiorato da Stein. L’impresa è riuscita. Per la prima volta il calcio svedese si impone in Europa. E come spesso accade quando si raggiunge l’apice, per l’allenatore è tempo di andare. Tanti club europei bussano alla porta di Eriksson. Lui però non vuole lasciare Goteborg senza l’ultimo tassello che manca, il campionato. Questo arriva appena quattro mesi dopo, con un punto di vantaggio sull’Hammarby.

Il prossimo capitolo della sua carriera si chiama Benfica. Nonostante i successi l’accoglienza non è delle migliori. Il presidente Fernando Martins crede in lui ma non il consiglio direttivo del club: “È giovane, e soprattutto svedese. E i tecnici svedesi, eccezion fatta per Liedholm, non sono vincenti”. Eriksson sarà il più vincente allenatore svedese della storia. Dalle sue mani passeranno altri quattro campionati nazionali (tre con il Benfica e uno con la Lazio), una Coppa del Portogallo, una Supercoppa portoghese, quattro Coppa Italia (due con la Lazio, una con Roma e Sampdoria), due Supercoppa Italiana, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea. La Coppa UEFA 1982 non è soltanto il trampolino di lancio per Eriksson. Rappresenta anche l’inizio di un decennio di inedito splendore europeo per il Goteborg. Il lavoro triennale di Svennis si traduce in una presenza costante nelle coppe europee, con una semifinale di Coppa Campioni nel 1985/86 (sconfitta contro il Barcellona ai rigori) e il bis in Coppa UEFA nel 1986/87. Una parabola il cui ultimo acuto è la Champions League 1994/95: quarti di finale contro il Bayern Monaco dopo aver vinto un girone ferreo contro Barcellona, Manchester United e Galatasaray. È l’ultimo atto dell’eredità lasciata da Sven Goran Eriksson.

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