Una parte è “inutile“, l’altra è “pericolosa“. Nino Di Matteo ripete alla Commissione Giustizia del Senato il giudizio dato al Fatto sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura e della legge sull’ordinamento giudiziario, in discussione a palazzo Madama dopo l’ok arrivato alla Camera. Chiamato in audizione sul disegno di legge della ministra della Giustizia Marta Cartabia, l’ex pm antimafia e consigliere di palazzo dei Marescialli ribadisce che il nuovo sistema per eleggere i membri togati – un maggioritario binominale con correttivo proporzionale – non servirà “a risolvere la patologia dell’improprio condizionamento correntizio dell’attività del Csm”, ma anzi “potrebbe finire per rafforzare il potere dei gruppi associativi di maggioranza rispetto alle candididature cosiddette indipendenti“. L’unica soluzione per “scompaginare la patologia delle candidature”, afferma, è “quella del sorteggio temperato“, cioè l’estrazione a sorte di un multiplo dei componenti da eleggere, a cui oltre quattro toghe su dieci si dicono favorevoli ma che la Guardasigilli considera contrario alla Costituzione.

Tra i contenuti pericolosi della riforma invece c’è la separazione (di fatto) delle funzioni tra giudici e pm, con il passaggio che diventerà possibile una sola volta ed entro i primi dieci anni di carriera: una norma in cui Di Matteo vede “il pericolo di trasformazione del pm in una sorta di avvocato della polizia, di graduale allontanamento dei procuratori dall’ottica della giurisdizione, nell’inevitabile direzione della possibile dipendenza dall’esecutivo“. Peraltro, ricorda, “la questione dei passaggi da una funzione all’altra è diventata statisticamente irrilevante: negli ultimi anni soltanto l’1,7% dei pubblici ministeri ha chiesto di passare alla funzione giudicante”, solo “lo 0,2% dei giudici a quella requirente. Sono sempre convinto che lo svolgimento di entrambe le funzioni è un fattore di arricchimento della professionalità del magistrato. E la tesi dell’appiattimento dei giudici nei confronti del pubblico ministero mi sembra assolutamente falsa“.

Giudizio negativo anche sul fascicolo per la valutazione del magistrato, che conterrà tra le altre cose le statistiche sulla percentuale di conferma delle sentenze nei successivi gradi di giudizio (per i giudici) e di accoglimento delle richieste di condanna e di misure cautelari (per i pm): l’effetto sarà “quello di burocratizzare ulteriormente la magistratura, di gerarchizzare ulteriormente gli uffici giudiziari, di rendere il singolo magistrato più attento ai numeri e alle statistiche che a fare veramente giustizia”. I pm, avverte Di Matteo, saranno “più timorosi nell’affrontare inchieste e processi che fisiologicamente non hanno, e non possono, avere un esito scontato“. Bocciata, infine, la possibilità per gli avvocati di esprimere un voto sulla valutazione di professionalità dei magistrati nei consigli giudiziari (le “sezioni locali” del Csm): quello stesso avvocato che al mattino ha “difeso il suo assistito in un processo di omicidio o strage, il pomeriggio, al consiglio giudiziario” verrebbe chiamato “a rendere il parere per la valutazione di professionalità di chi ha rappresentato l’accusa in quel processo o di chi ha emesso la sentenza“, avverte Di Matteo.

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