di Mario Pomini

Recentemente il MEF (Ministero delle Finanze) ha pubblicato la consueta relazione annuale contenente le statistiche sulle dichiarazioni fiscali relative all’anno 2020, l’anno orribile della pandemia. Qui ci interessa considerare il caso dell’Irpef. Queste statistiche peraltro sono ancora incomplete perché manca il capitolo relativo alla fiscalità di vantaggio, cioè al trattamento di favore riservato ai professionisti ed autonomi introdotto nel 2019 dal primo governo Conte e che riguarda 1,7 milioni di contribuenti. Questi dati saranno disponibili più avanti.

La domanda fondamentale che ci poniamo è se la pandemia abbia cambiato la fotografia fiscale del nostro sistema economico, peggiorando drasticamente le condizioni economiche dei contribuenti. Nel 2020, il Pil ha avuto una caduta del 7,7 % in termini nominali e del 9% in termini reali, a causa di una forte flessione dei prezzi. Una risposta credibile può venire dalla comparazione con dati relativi alle dichiarazioni del 2019, anno in cui il Pil è cresciuto invece dell’1%.

Diciamo subito che il quadro generale dell’Irpef non ha subito sostanziali cambiamenti. Il numero delle dichiarazioni fiscali nel 2020 si è ridotto di pochissimo, attestandosi sui 41.2 milioni; erano 41.5 nell’anno precedente. In questi due anni, 10.4 milioni di contribuenti non hanno versato nulla perché il loro reddito era troppo basso. La platea dei 31 milioni di contribuenti attivi ha pagato un’imposta media di 5.250 euro nel 2020 e di 5.300 euro nel 2019. Se guardiamo alla distribuzione del carico per fasce di reddito, anche qui non ci sono novità. Nei due anni considerati l’82% dei contribuenti ha dichiarato un reddito sotto i 35.000 euro. Coloro che hanno un reddito sopra i 75.000 euro sono stati appena il 4% dei contribuenti attivi, una percentuale sorprendentemente modesta per un paese industrializza-to.

Anche per quanto riguarda più in dettaglio la tipologia dei redditi, la situazione è rimasta invariata. Nel 2019 il reddito da lavoro dipendente rappresentava il 53% del reddito complessivo ai fini Irpef, e quello da pensione il 30%. L’anno successivo, il 2020, le percentuali sono state ancora del 53% e del 31%. L’Irpef si conferma quindi come un’imposta sul reddito dei pensionati e dei lavoratori dipendenti.

Anche il capitolo deduzioni ha mostrato un’insospettata stabilità. Ammontavano a 34.7 miliardi nel 2019, e si sono confermate a 34 miliardi nel 2020. Analogo ragionamento per le detrazioni di imposta. Erano pari a 70 miliardi nel 2019, e sono addirittura salite a 71,1 miliardi nel 2020, con una crescita relativa delle spese per il recupero edilizio.

Veniamo ora all’esame dei redditi percepiti dalle singole classi di contribuenti per verificare se c’è stato il temuto crollo dei redditi. Il reddito annuale dei lavoratori dipendenti è passato da 21.060 a 20.072, quindi con una riduzione modesta rispetto all’andamento economico generale. Il pensionato medio ha visto invece migliorare la usa posizione, passando da 18.290 a 18.650 euro annuali. I più colpiti dalla crisi pandemica sono stati i redditi da lavoro autonomo non inclusi nel regime della flat tax, che hanno subito una riduzione da 57.970 a 52.980, con una flessione di 10 punti. Più modesta è stata invece la riduzione per il reddito degli imprenditori che è passato da 40.170 euro a 38.090 euro. Quindi anche il mondo dell’impresa e del lavoro autonomo, pur avendo registrato cali notevolissimi del fatturato, superiori anche al 50%, è stato in grado di sostenere adeguatamente il reddito tassabile.

In definitiva, i dati reali delle dichiarazioni dei redditi sembrano smentire le tesi più cupe e ci dicono che nel 2020 il temuto tracollo dei redditi non c’è stato. In definitiva le condizioni della quasi totalità dei contribuenti non sono peggiorate in maniera significativa. Naturalmente le medie possono nascondere delle situazioni molto differenziate, sia di disagio come pure di resilienza alla crisi.

Da chi sono stati salvati i redditi degli italiani nel primo anno di pandemia? La risposta è abbastanza facile: dalla mano pubblica. La finanza pubblica è intervenuta a sostegno delle famiglie ed imprese con misure di politica economica straordinarie, e in disavanzo, che hanno ampiamente compensato l’andamento negativo del ciclo economico. Esattamente come insegnano i libri di testo keynesiani, mandati troppo spesso nel dimenticatoio, e con buona pace dei liberisti, anche nostrani. Questo nel breve periodo. Nel medio periodo le cose cambiano perché il disavanzo andrà prima o dopo, in qual-che modo, ripianato. E questa è forse la vera sfida.

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