Durante la manifestazione del Primo maggio i sindacati italiani hanno chiesto al governo una riforma del lavoro come quella recentemente approvata dalla Spagna. Pierpaolo Bombardieri, segretario del sindacato Uil, ha parlato della necessità di una riforma che “lotti contro il precariato e ponga fine ai contratti a termine”. A dire il vero una legge del genere c’era: il decreto Dignità, approvato ad agosto 2018 ma oggetto di amplissime deroghe da quando è iniziata la pandemia. L’obiettivo, anche nel caso italiano, era disincentivare l’utilizzo dei contratti a termine, la cui durata massima veniva ridotta da 36 a 24 mesi, mentre quelli superiori ai 12 mesi dovevano essere giustificati da una causale. Antonio Loffredo, professore di diritto del Lavoro dell’Università di Siena, spiega che il decreto ha avuto effetti positivi nel limitare l’abuso del contratto a termine. Tuttavia crede che questa misura non sia sufficiente per combattere la precarietà in Italia.

“La riforma spagnola è più strutturata e complessa e si inserisce in un mercato del lavoro nel quale il contratto a termine è il problema. Agire su questo, quindi, significa tentare di modificare una delle più grandi storture del mercato spagnolo. In Italia, invece, il contratto a termine è un problema per come è stato utilizzato negli ultimi 20 anni, ma non è il più significativo”, sottolinea. Per Loffredo, infatti, in Italia ci sono diverse scappatoie per evitare la contrattazione indeterminata: “Noi stiamo facendo un uso sbagliato del contratto di apprendistato, perché la formazione qui non si dà per nulla”. La riforma spagnola, al contrario, ha previsto un potenziamento della formazione e una regolazione di questi contratti. “Inoltre in Italia c’è un abuso anche delle forme di lavoro coordinato e continuativo, che però di fatto è il lavoro autonomo”.

Tuttavia, come spiega Loffredo, il mercato del lavoro italiano e spagnolo si assomigliano solo in parte. “L’Italia ha due problemi e il primo è quello dei salari. Non abbiamo un salario interprofessionale come in Spagna e le retribuzioni negli ultimi anni sono scese molto, anche per l’esistenza di contratti pirata, cioè quelli firmati da sindacati non rappresentativi”, afferma. Il paese iberico ha approvato a febbraio di quest’anno l’aumento del salario minimo interprofessionale, che ora è di 1000 euro al mese. “Il secondo problema è quello della misurazione della rappresentatività dei sindacati e delle associazioni dei datori di lavoro, che qui manca totalmente. Finché non diamo attuazione all‘articolo 39 della Costituzione su questo aspetto non possiamo neanche compararci con il diritto sindacale spagnolo. C’è un abisso”, conclude l’esperto.

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