“Ciao”: che vuol dire la parola più tipica della lingua italiana? Originariamente era semplicemente “schiavo vostro”, a titolo di cortesia, una forma di saluto. Ma da dove deriva? Dal latino no, in latino schiavo si dice “servus”. E allora? Da qualche parte c’è un intero popolo, di gente più ingenua di noi e meno capace di difendersi, il cui nome è “slavi”. Renderli schiavi è abbastanza semplice, e infatti nel Medioevo era un’attività abbastanza diffusa fra le nostre repubbliche marinare. Che giunsero fino a confondere i due concetti (slavo -> slao -> schiao) in un unico termine. Da cui, col tempo, il nostro amichevole “ciao”.

L’idea che a est vi siano popoli inferiori al nostro, destinati dalla natura ad essere schiavi, non è affatto – in Europa – un’invenzione di Hitler. Egli si limitò a metterla in bella forma, a scriverla su libri e manifesti, e a costruirci tutta una politica attorno; a un altro popolo ancora attribuì una natura parassitaria e non-umana, da sterminare fisicamente; e infine si dette da fare per tradurre in pratica entrambe queste brillanti idee. Che non derivavano da una sua eventuale pazzia, né da una malattia storica dei tedeschi, ma erano profondamente presenti nei sotterranei della civile Europa, pronte ad aprire la botola, saltarne fuori come zombie e a mordere chiunque incontrassero.

Negli anni ’20 e ’30 del Novecento il fascismo fu infatti tutt’altro che isolato. Fu forte minoranza in Spagna, in Belgio, in Italia e in Francia (dove, in forma diversa, esiste ancora); fu egemone in paesi di recente libertà come Polonia, Slovacchia, Lituania, Lettonia, Ungheria, Ucraina; marchiò la reazione antisocialista (ma poi anche lo stesso stalinismo) in Russia; fu accolto entusiasticamente in Germania e in Austria, donde arrivò vicinissimo a conquistare l’intera Europa. Di tutti questi popoli, il tedesco fu l’unico a guardarsi allo specchio dopo e a voler diventare coscientemente un’altra cosa. Tutti gli altri rimossero la questione.

E’ in corso una guerra, in piena Europa, in cui le avanguardie dei due eserciti sono, e si dichiarano apertamente, ispirate al nazismo. La guerra, come tutte le guerre, ha un aggressore e un aggredito (gli zaristi antisovietici di Putin e i nazionalisti postsovietici Zelensky) ed è, come tutte le guerre, una guerra atroce. Sui mali di questa guerra, e sui suoi torti e ragioni, è stato già detto a sufficienza. Pochissimo invece su quello che potrebbe anche essere il suo aspetto storico più devastante, la risurrezione di Hitler e lo sdoganamento (come si dice nei dibattiti) del nazismo. Non il nazismo nostalgico, il neonazismo, il “sovranismo” o la “destra”, ma proprio il nazismo degli anni ’30, il vero e puro nazismo: che era piccolissimo anche allora, allo stato larvale, ma aveva radici tali da potersi diffondere rapidissimamente e rischiar di travolgere, in meno di un decennio, l’intero mondo.

Speriamo che la guerra finisca, se non di nome perlomeno (come in Corea) di fatto; che ciascuna delle due parti si convinca finalmente di non potere “vincere” e di trovare una scusa per rinunciare a qualcosa. Ma quello che in ogni caso resterà, e dovrà essere affrontato come una questione di vita o di morte, è il ritorno in pieno terzo millennio dell’idea hitleriana. Venti milioni di russi, bielorussi e ucraini sono caduti per fermarla, la prima volta; e i loro nipotini, incoscienti e ingrati, adesso con quell’idea giocano a palla e il mondo “occidentale” stupidamente li sta a guardare.

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