Quante responsabilità per gli elettori francesi, domani alle urne per il ballottaggio delle presidenziali tra Emmanuel Macron, presidente in cerca di conferma, e Marine Le Pen, sfidante: è una rivincita del match già disputato cinque anni or sono e vinto da Macron 2 a 1. Lui, 44 anni, tecnocrate di centro, europeista; lei, 53 anni, populista di destra, sovranista. Con il loro voto, i francesi orientano il destino della Francia, dell’Europa e della pace nel conflitto tra Russia e Ucraina.

Roba da fare tremare le vene dei polsi; o, almeno, la mano che regge la matita copiativa al momento di tracciare la croce nella cabina elettorale. E, infatti, molti non andranno a votare, per non farsi carico di tante responsabilità; o magari non ci andranno perché, se ti senti un elettore di sinistra, non ci pensi proprio a votare Le Pen, ma fai fatica pure a votare Macron – e per farlo devi turarti il naso, come consigliava di fare Montanelli, da destra, quando suggeriva di votare Dc.

Perché il destino della Francia, è ovvio: chi sarà eletto – i sondaggi indicano Macron, in modo meno netto che nel 2017 – governerà il Paese per i prossimi cinque anni, gestirà la ripresa dopo l’uscita dalla pandemia e una fase cruciale della lotta al riscaldamento globale, anche se in Francia il tema è resa meno spinoso dal nucleare che riduce la dipendenza dall’import energetico a base fossile.

Cinque anni or sono, il ‘fattore Macron’ accelerò l’erosione del consenso delle due maggiori forze tradizionali della politica francese, la destra repubblicana e i socialisti. Adesso, il presidente Macron ha usurato la sua componente di novità e non ha corrisposto ad alcune delle speranze suscitate, scontrandosi con la sollevazione populista dei ‘gilets jaunes’ e con la riforma delle pensioni. Ma resta di gran lunga preferibile – a mio avviso – all’accozzaglia di messaggi intrisi di opportunismo della sua rivale, conditi da un velo – è un gioco di parole, ndr – di xenofobia e anti-islamismo e condizionati dai finanziamenti dei banchieri del presidente russo Vladimir Putin: la linea di difesa adottata in merito durante il dibattito televisivo di mercoledì scorso – “ho preso i soldi russi perché quelli francesi non me li davano, ma sono una donna libera” – non suona granché rassicurante…

Perché il destino dell’Europa, è del pari ovvio, a prescindere dal fatto che lo dica pure Enrico Letta. Il processo d’integrazione, già azzoppato dall’euro-scetticimo dei Paesi del Gruppo di Visegrad e, volta a volta, dell’Austria, della Croazia, della stessa Italia, sarebbe definitivamente compromesso se la Francia scegliesse Le Pen. Senza Parigi, che ne è geograficamente e politicamente il centro, non si fa l’Europa: il no della Francia fu determinante nel 1954 per affossare la Comunità europea di difesa, negli Anni Sessanta per costringere l’allora Comunità all’inazione ‘della sedia vuota’ – non si poteva prendere nessuna decisione perché la Francia non partecipava e ci voleva l’unanimità -, nel 2005 per vanificare il progetto di Costituzione europea. Una presidenza Le Pen sarebbe dirompente: ringalluzzirebbe polacchi e ungheresi, ridarebbe vigore agli euroscettici ‘de noantri’ – attualmente mimetizzati dentro il caravanserraglio europeista della maggioranza Draghi – ed anche agli spagnoli e scandinavi, rifarebbe del Reno una frontiera e ci riporterebbe all’Europa delle patrie.

Per il destino della pace, è meno ovvio, anzi è solo una speranza. Ma è un fatto che Macron, perché si sente l’erede della ‘grandeur’ della Francia, perché esercita la presidenza di turno del Consiglio dei Ministri dell’Ue, perché avverte la responsabilità dei suoi ruoli, è stato il leader europeo che ha con più costanza mantenuto il dialogo con Putin e con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e ha cercato di innescare un processo negoziale, almeno fin quando, all’inizio di aprile, non è stato risucchiato dalla campagna elettorale, che rischiava di mettersi male.

E Macron è pure stato il leader europeo che, con maggiore chiarezza, ha saputo prendere le distanze dalle derapate lessicali – e non solo – del presidente Usa Joe Biden, quando disse che Putin non poteva più restare al potere o quando, più recentemente, ha definito un genocidio il conflitto. Rieletto e liberato dalle pastoie della campagna, Macron potrà riprendere a cercare di tessere la tela d’un’intesa che fermi il conflitto, in tandem con il cancelliere tedesco Olaf Scholz. E non sarebbe male se Mario Draghi desse loro una mano, invece di limitarsi a fare la spalla di riserva di Biden – quella titolare è Boris Johnson.

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