Quali conseguenze per la transizione ecologica porteranno le drammatiche vicende della invasione dell’Ucraina da parte della Russia? Forse è ora di iniziare a parlarne seriamente perché, anche se non sappiamo come andrà a finire, sappiamo che, comunque, nulla tornerà come prima ad iniziare dalla situazione dell’energia, particolarmente rilevante per un paese come il nostro che dipende in gran parte dal gas e dal petrolio russo.

Tanto è vero che in pochi giorni si sono rispolverate le trivelle e le perforazioni, è tornato il carbone, ci si è rivolti ad altri paesi per gas e petrolio, e addirittura si parla di riattivare qualche centrale nucleare. Insomma, il ritorno al fossile e a tutto quello che avevamo deciso di abbandonare; peraltro – ed è il dato più preoccupante – nella indifferenza o, peggio, con la approvazione della maggioranza dei cittadini non appena hanno sentito parlare di aumento della benzina.

Certo, si tratta di evitare guai peggiori e (speriamo) solo per l’emergenza. E, per fortuna, c’è anche qualche segnale che va in direzione opposta: è appena stata approvata una legge che dovrebbe incentivare finalmente le energie rinnovabili semplificando anche l’assurdo groviglio burocratico e di interessi locali che sinora ne ha rallentato la realizzazione.

Non basta. Se vogliamo uscire dall’emergenza, occorre renderla immediatamente e direttamente operativa, privilegiando subito le realizzazioni non controverse di solare ed eolico in aree già degradate o senza impatto paesaggistico, edifici dismessi, uffici pubblici, terreni abbandonati ecc., in modo da iniziare a dare attuazione ai nuovi principi costituzionali che, insieme al paesaggio, tutelano l’ambiente nell’interesse delle future generazioni.

Ma, soprattutto, occorre riprogrammare l’uso dell’energia seguendo due principi fondamentali.
Il primo è quello della democrazia. Sole e vento esistono dovunque e allora occorre cambiare strada ed evitare la centralizzazione in centrali della produzione di energia privilegiandone, invece, il decentramento in comunità locali autosufficienti che la utilizzano e devono gestirla.

Il secondo è ancora più importante e riguarda produzione industriale e stili di vita, cioè il cuore della transizione ecologica, dove l’utilizzazione dell’energia riveste un ruolo fondamentale. Perché, come dice la Enciclica “Laudato sì”, a questo punto, “in ogni discussione riguardante un’iniziativa imprenditoriale si dovrebbe porre una serie di domande, per poter discernere se porterà ad un vero sviluppo integrale: Per quale scopo? Per quale motivo? Dove? Quando? In che modo? A chi è diretto? Quali sono i rischi? A quale costo? Chi paga le spese e come lo farà?…”.

Di certo, ad esempio, non è la stessa cosa destinare la nostra energia all’agricoltura, alla produzione di plastiche monouso e di imballaggi inutili, al turismo o alla costruzione di nuove auto. E non solo in termini di energia ma anche di impatto ambientale, di produzione di rifiuti, di occupazione ecc. E’ sempre l’Enciclica a ricordarci che “ciò implica favorire modalità di produzione industriale con massima efficienza energetica e minor utilizzo di materie prime, togliendo dal mercato i prodotti poco efficaci dal punto di vista energetico o più inquinanti. Possiamo anche menzionare una buona gestione dei trasporti o tecniche di costruzione e di ristrutturazione di edifici che ne riducano il consumo energetico e il livello di inquinamento. D’altra parte, l’azione politica locale può orientarsi alla modifica dei consumi, allo sviluppo di un’economia dei rifiuti e del riciclaggio, alla protezione di determinate specie e alla programmazione di un’agricoltura diversificata con la rotazione delle colture”.

Insomma, tutto dipende dal tipo di sviluppo che un paese sceglie e che non può essere lasciato ad una programmazione affidata solo alle scelte dell’economia di mercato, che valuta il progresso sull’aumento del Pil e non sul benessere delle persone e sulla salvaguardia dell’ambiente. A questo serve la transizione ecologica. Se lo teniamo presente e ci crediamo, una situazione drammatica come quella attuale può addirittura risolversi in una opportunità.

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