di Monica Valendino

Oramai quasi tutti gli analisti sono concordi sul fatto che la crisi ucraina è una guerra tra Usa e Russia con la Nato usata come mezzo per arrivare al fine: ridimensionare la Russia e far fuori dalla scena politica Putin, indebolendo così il fronte asiatico composto anche da Cina e India, visto dall’attuale amministrazione americana come il pericolo numero uno. Sia chiaro però che il nemico russo non è una novità e non è l’unico motivo per cui Biden ancora oggi si rifiuta di parlare con il suo omologo a Mosca, cioè cercare davvero la pace, perché il dialogo tra Zelensky e lo stesso Putin appare sempre più come fittizio.

Ma dietro questo conflitto gli States di Biden hanno anche altre motivazioni. Una è data dal consenso presidenziale ai minimi storici: con davanti le elezioni di medio termine e il rischio di perdere sia la Camera sia il Senato, urge un successo sul piano internazionale che nasconda i veri problemi della società americana. Il filosofo Noam Chomsky ha spiegato chiaramente nella sua “strategia della distrazione” l’attuale momento storico che vede i cinquanta stati mai così fratturati e divisi nel loro tessuto sociale. Per questo la politica attuale sembra atta a creare quella che Chomsky ha descritto come “problema-reazione-soluzione”: si crea un problema, una situazione prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio lasciare che la guerra scoppi con lo scopo che sia il pubblico a richiedere le leggi sulla sicurezza o creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

Come detto, il nemico Russia esiste dal dopoguerra (maccartismo, Guerra Fredda), con un solo attimo di vera distensione avuta quando, dopo il crollo del Muro di Berlino, Bush Sr. e Gorbaciov avevano convenuto, purtroppo senza mai un trattato scritto, di non far avanzare la Nato oltre i confini di quelli che erano i paesi del Patto di Varsavia. Poi arrivò Clinton e la sua politica favorì invece proprio questo, creando la prima crepa che ha portato al crollo attuale dei rapporti bilaterali Usa-Russia.

Altro strappo avvenne nel 2014 quando l’amministrazione Obama, spinta dal vice Joe Biden e dalla segretaria di stato per gli affari europei, Victoria Nuland, decisero di appoggiare il cambio di presidente a Kiev creando il secondo grande strappo tra le parti.

Ma il vero movente dell’attuale situazione è quello che avvenne dopo: Donald Trump ruppe lo status quo americano vincendo le elezioni del 2016, parlando a quel cuore dell’America che si sente tradito dai partiti tradizionali e spingendo più sui problemi interni (vedi immigrazione) che sulla politica estera (abbandono dell’Afghanistan e voglia di ridimensionare la Nato). Politica chiamata populista, cioè la vox populi, quella voce giusta o sbagliata che si stava alzando anche in Europa con la Brexit come culmine, un evento che ha esposto l’Ue e l’ha spinta ancora di più ad appoggiare la ribellione delle élite contro i nuovi leader che imperversavano. Il tutto con l’appoggio del Pentagono che ha sempre temuto un ridimensionamento della politica estera, da sempre un punto forte di tutte le amministrazioni a stelle e strisce.

La guerra quindi come arma di distrazione di massa per riprendere forza sul piano nazionale attraverso quello internazionale, rafforzando la Nato come strumento indispensabile per garantire l’ordine mondiale (anche sul fronte Pacifico con Aukus) e lasciando questa eredità a un possibile Trump bis nel 2024 che si ritroverebbe a dover sbugiardare le sue politiche che volevano una Russia più vicina agli States e una Cina come unico nemico economico più che militare. Qui si gioca la guerra di Biden e quando avrà consolidato il suo fine allora potrà sedersi al tavolo delle trattative. Con buona pace dei morti in Ucraina.

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