“Se la Russia avesse scelto di tornare ad abbracciare un imperialismo ultranazionalista, una Nato allargata e un’Unione europea in crescita avrebbero rafforzato la sicurezza del continente“. Lo scrive l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton in un intervento uscito sulla rivista The Atlantic – di cui il Corriere della Sera ha pubblicato un ampio estratto – spiegando le ragioni della politica di espansione verso est dell’Alleanza militare atlantica adottata durante il proprio mandato, che ha coperto la maggior parte degli anni Novanta. “Quando entrai per la prima volta alla Casa Bianca (nel 1993, ndr) dissi che avrei sostenuto il presidente russo Boris Eltsin nei suoi sforzi per costruire un’economia florida e una democrazia funzionante dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, ma che avrei anche sostenuto un allargamento della Nato per includere ex membri del Patto di Varsavia e Stati postsovietici. (…) Quello che mi preoccupava”, ricorda Clinton, “non era che la Russia potesse riabbaracciare il comunismo, ma che potesse riabbracciare l’ultranazionalismo, sostituendo le ambizioni imperiali alla democrazia e alla cooperazione. Non pensavo che Eltsin avrebbe fatto una cosa del genere, ma chi poteva sapere chi sarebbe venuto dopo di lui?”.

Per questo, ripercorre, “verso la fine del mio secondo mandato, nel 1999, la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca entrarono nella Nato nonostante l’opposizione della Russia. L’alleanza guadagnò altri 11 membri sotto i presidenti successivi, anche in questo caso non tenendo conto delle obiezioni di Mosca. (…) L’espansione dell’Alleanza atlantica è stata di certo una decisione gravida di conseguenze, una decisione che continuo a considerare corretta. (…) Io ero consapevole che i rapporti potevano tornare a essere conflittuali. Ma la mia opinione era che uno scenario del genere non sarebbe dipeso tanto dalla Nato quanto dall’evoluzione della Russia: sarebbe rimasta una democrazia? A cosa avrebbe affidato la sua grandezza nel XXI secolo? (…) Feci tutto quello che potevo – rivendica l’ex presidente – per aiutare la Russia a fare la scelta giusta”. Nel 1994, ricorda, “gli Stati Uniti firmarono il memorandum di Budapest, insieme alla Russia e al Regno Unito, che garantiva la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina in cambio della rinuncia, da parte di Kiev, a quello che all’epoca era il terzo arsenale nucleare del pianeta. (…) Complessivamente mi sono incontrato con Eltsin 18 volte e con Putin cinque volte, due quando era primo ministro di Eltsin e tre nei dieci mesi e più in cui il suo mandato ha coinciso con il mio. (…) L’idea che abbiamo ignorato, mancato di rispetto o cercato di isolare la Russia è falsa“.

“Ora l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, senza nessuna provocazione e senza nessuna giustificazione, lungi dal far sorgere dubbi sulla saggezza dell’espansione della Nato, dimostra che quella politica era necessaria“, sostiene Clinton. “È evidente che la Russia putiniana non sarebbe stata una potenza che si accontentava dello status quo, se non ci fosse stata l’espansione. Non è stata l’eventualità immediata di un ingresso dell’Ucraina nella Nato a spingere Putin a invaderla due volte, nel 2014 e lo scorso febbraio, bensì lo spostamento del Paese verso la democrazia, che minacciava il suo potere autocratico in patria, e il desiderio di controllare i beni preziosi del sottosuolo ucraino. Ed è la forza dell’Alleanza atlantica, e la sua minaccia credibile di forza difensiva, che hanno impedito a Putin di minacciare i Paesi che ne fanno parte, dal Baltico all’Europa orientale. (…) Solo una Nato forte si frappone fra Putin e ulteriori aggressioni”.

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