Il virus della corruzione in Spagna dilaga. E non ci sono anticorpi che tengano di fronte alle storie che dominano le cronache di questi anni. In un paese dove i partiti tradizionali, popolari da una parte e socialisti dall’altra, occupano ancora il centro del sistema, non c’è coalizione che sia rimasta immune dal richiamo irresistibile del facile arricchimento mediante l’esercizio del potere.

Verso la fine degli anni 80 fu il Caso Seat ad agitare le acque del PSOE guidato dal carismatico Felipe González, un presunto finanziamento illecito al partito per “aggiustare” una riqualificazione urbanistica dei terreni dell’impresa automobilistica in area pregiata di Madrid. Finì tutto in prescrizione, l’arma più potente dei ricchi e dei potenti.

L’ascesa al potere dei popolari non ha migliorato il quadro, anzi. Inchieste giornalistiche cui sono seguite indagini giudiziarie hanno messo in chiaro il sistema Bárcenas, tesoriere dei Populares che a cavallo tra la fine degli anni 90 e l’inizio del 2000, e per ben vent’anni, ogni mese ha distribuito sobres (bustarelle) a segretari territoriali e titolari di cariche pubbliche. Donazioni non dichiarate, imprese contigue al partito, i grandi protagonisti della speculazione edilizia, tutto era utile per fare cassa e ripartire capillarmente a gente dell’apparato stipendi mensili tra i 5 e i 15mila euro. Una pratica ramificata, nota come Caso Gürtel, che ha portato alle condanne penali di questi giorni.

“Forse l’etica è una scienza scomparsa dal mondo intero, dovremo inventarla un’altra volta” sosteneva Jorge Luis Borges. Di “invenzioni” se ne sono viste poche, volgendo lo sguardo più in là dei due blocchi principali il quadro rimane fosco. Jordi Pujol [in foto] è stato il leader indiscusso per quasi un ventennio della Catalogna portando gli autonomisti al centro della scena politica in quanto determinante, con i pochi seggi conseguiti al Congresso nazionale, nei governi di coalizione.

Non pochi anni fa incontrammo l’ex president della Generalitat al centro di Barcellona, ebbe piacere di dialogare con noi, poté fare sfoggio del suo ottimo italiano e ricordare le sue amicizie con politici del Belpaese, Cossiga primo fra tutti. Tuttavia, non appena gli chiedemmo della carriera di uno dei sette figli che provava a seguire le sue orme nella vita pubblica, preferì glissare congedandosi frettolosamente. Poche settimane dopo la stampa dava conto dell’inchiesta penale nata da indagini sui conti di Andorra e sfociata in un processo che coinvolge tutta la famiglia Pujol per traffico di influenze, riciclaggio, malversazione di fondi pubblici.

La corruzione è a tutti i livelli, anche quelli più alti, il Caso Nóos – circa dieci anni fa – fece breccia nella famiglia reale, vedendo coinvolto Iñaki Urdangarin, genero di Juan Carlos I di Borbone, per malversazione di fondi pubblici. Sembrava il fatto illecito più eclatante. Non si era visto tutto, pochi anni dopo la procura apriva il fascicolo d’indagine sul monarca per una presunta tangente milionaria proveniente dai reali sauditi, gli uffici diplomatici usati perché un consorzio di imprese spagnole ottenesse appalti milionari per la costruzione dell’Alta velocità nel tratto Medina-La Mecca, avrebbe fruttato al monarca spagnolo milioni di dollari. Proroga di indagini, archiviazioni, stralci di inchieste per reati tributari e in materia di antiriciclaggio, la presunzione di innocenza vale anche per i reali.

Intanto la percezione della corruzione è in aumento, la Spagna è al 34° posto nella speciale classifica di Transparency International (l’Italia segue 43^). La Fiscalía anticorrupción (la Procura con poteri speciali di Madrid) nel 2017 ha dovuto aumentare il personale portando i pubblici ministeri a 28 unità. Ora indaga su “el escándalo de las mascarillas”, anche a Madrid nella prima fase emergenziale sul Covid venivano acquistate sovrapprezzo mascherine cinesi senza certificazione Ce, con la mediazione svolta dal fratello di Isabel Ayuso, presidente popolare della Comunidad de Madrid.

Una storia, se vogliamo, molto italiana.

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