Il Corno d’Africa sta sperimentando la peggior siccità dal 1981. Da parecchi mesi, circa 13 milioni di persone in Etiopia, Kenya e Somalia stanno affrontando una grave carestia e, anche se piovesse da domani, il rischio della fame si potrebbe estendere ad almeno 26 milioni di abitanti. Una nuova tragedia, confrontabile con quella del 2011 che provocò 260 mila vittime nella sola Somalia, si sta profilando come una possibilità concreta. Per contro, il Sudan meridionale vive una crisi alimentare che colpisce più di 8 milioni di persone, a causa delle alluvioni degli ultimi anni che hanno annientato la produzione agricola.

In una regione dove l’agricoltura e l’allevamento del bestiame sono il principale se non l’unico baluardo per la sopravvivenza, la siccità ha già colpito duramente, giacché oltre un milione e mezzo di capi di bestiame sono morti e la produzione dei cereali è drasticamente crollata. A causa della siccità, la produzione agricola nelle zone sudorientali del Kenya è crollata del 70%. Nella Somalia meridionale la produzione di cereali dell’ultima stagione delle piogge è scesa del 58% rispetto alla media. In Somalia le stagioni coincidono con i periodi di pioggia e di secca. Il calendario somalo è ancora basato sulle stagioni, sempre quattro, ma diverse da quelle della cultura europea, immortalate dalla pittura di Giuseppe Arcimboldo e dalla musica di Antonio Vivaldi. Il cambio di stagione è regolato dal clima monsonico e le stagioni del calendario non hanno una durata fissa, ma variabile, che viene stabilita ogni anno dalla vicenda meteorologica.

Gilal è la stagione del monsone di nord-est, asciutto e caldo, senza pioggia (più o meno, tra dicembre e metà marzo). La stagione successiva, Gu, arriva con il cambio del monsone, che porta molto caldo e piogge abbondanti (al solito, tra metà marzo e la fine di maggio). L’arrivo del monsone di sud-ovest determina la stagione Hagai, con temperature più fresche e piccole, saltuarie precipitazioni (in genere, da giugno a settembre). Con l’esaurimento del monsone, arriva il Dayr, la stagione in cui le temperature sono elevate e la pioggia sono quelle del cambio di monsone: caldo e molta pioggia, meno però che durante il Gu. Le siccità non sono un evento raro. Di norma si registra una siccità ogni due o tre anni in Dayr; mentre ogni otto o dieci anni il fenomeno tocca sia il Dayr, sia il Gu. Ora, dopo che nessuno ha visto i Dayr del 2020 e del 2021, né il Gu del 2021, straordinariamente secchi, lo scenario di questo Gu appare pericolosamente prossimo a quello del 1981.

L’Africa orientale dipende fortemente dai raccolti agricoli dell’Ucraina e della Russia. Circa un quarto del grano mondiale proviene dalle due nazioni e il 40% delle esportazioni di grano e mais dell’Ucraina alimenta il Medio Oriente e l’Africa. Non solo l’Africa orientale importa fino al 90% del grano dai due paesi in conflitto, ma il grano e gli altri cereali d’importazione rappresentano un terzo del consumo nazionale di cereali in quella regione.

I prezzi del grano sono già aumentati nel mondo, superando il tetto raggiunto durante la crisi finanziaria del 2008. In Somalia il prezzo del grano e quello del petrolio sono aumentati del 300%, mentre quasi 700 mila persone sono già sfollate all’interno del Paese a causa della siccità. Gran parte del bestiame sta morendo e gli animali che sopravvivono sono troppo deboli per essere venduti. Poiché frutta e verdura, a causa del prezzo, sono al di fuori della portata di molte famiglie, per costoro i cereali rimangono l’unico alimento di sopravvivenza.

L’agricoltura è colpita anche da un’altra tegola. La Russia è leader nella produzione di fertilizzanti e, in Somalia, un aumento del costo dell’elettricità e dei trasporti ha un impatto sproporzionato sui piccoli agricoltori e sui pastori che, di fronte a piogge irregolari e alla siccità prolungata, confidano per quanto possibile sull’irrigazione, alimentata dai piccoli motori diesel giapponesi che montavano a suo tempo le mini De Tomaso.

Oltre all’aumento dei prezzi, la guerra europea ha distolto l’attenzione del mondo dalle altre crisi. Per finanziare la risposta dell’Ucraina i governi dei donatori occidentali stanno già scarnificando il budget degli aiuti ad alcune regioni. Attualmente, l’appello da 6 miliardi di dollari delle Nazioni Unite per finanziare lo sforzo umanitario in Etiopia, Somalia e Sud Sudan è stato finanziato solo per il tre percento. E con l’aumento dei prezzi le agenzie umanitarie hanno meno potere di acquisto, con i loro fondi limitati.

Negli ultimi 40 anni la cura da parte dei paesi occidentali verso i paesi africani poveri è cambiata. Non sempre in meglio. Alla fine degli anni 70 e nei primi anni 80, gli italiani costruirono nel campus dell’Università Nazionale Somala un grande e moderno laboratorio di idraulica che ospitò il modello fisico in scala della diga di Baardhere, da costruire sul fiume Juba, nella Somalia meridionale.

Allora la Banca Mondiale aveva avviato l’iter del finanziamento di questo progetto sulla base dei nostri studi di fattibilità. Il modello, costruito in Italia, era stato trasferito e rimontato a Mogadiscio dai nostri tecnici e lì si erano svolte le prime prove per la progettazione definitiva dell’opera. Era una modalità rivoluzionaria di assistenza allo sviluppo, per l’epoca; e lo sarebbe tuttora.

Aiutarli a casa loro è diventato uno slogan da talk show, una grida da comizio via social, buono solo per respingere i barconi. E il dossier della diga di Baardhere si è chiuso senza scampo, nonostante la benedizione economica ricevuta all’epoca dalla Price Waterhouse Associates. Se l’attenzione del mondo finanziario guarderà solo alla ricostruzione dell’Ucraina, l’Africa povera dovrà fare da sola.

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