La mia cronica insonnia mi ha fatto inciampare ieri notte, nella notizia del pugno che Will Smith ha dato al comico Chris Rock sul palco del Dolby Theatre, la notte degli Oscar. Il motivo è stato una battuta sull’alopecia dell’attrice Jada Pinkett, moglie di Smith.

Ho visto il video: le battute del comico, le risate del pubblico, Jada Pinkett che irritata (parecchio) alza gli occhi al cielo, Will Smith che si alza e cammina spedito verso il palco dove assesta uno schiaffo in faccia al comico, torna a sedere e urla furioso “tieni il nome di mia moglie lontano da quella boccaccia”. Dopo qualche minuto Smith era di nuovo su quel palco, commosso, per ritirare l’Oscar per il film King Richard, una biografia sul padre delle tenniste Serena e Venus Williams dove ha offerto giustificazioni, confuse, per la violenza che forse gli costerà l’Oscar che ha appena ricevuto. Ha parlato di “momento difficile”, e di aver “protetto chi ama”, le attrici che hanno interpretato il ruolo delle Williams e la moglie, mischiando il ruolo di attore e quello della sua vita personale, infine ha concluso dicendo di voler essere un messaggero d’amore.

Figuraccia a parte, credo che si debba riflettere sul gesto di un uomo che traduce in uno schiaffo, un sentimento di sofferenza per la moglie messa in imbarazzo o forse anche offesa da una battuta infelice e che giustifica se stesso mescolando azioni e sentimenti che non possono stare insieme e non saranno mai conciliabili: i pugni e l’amore. Lavorando sul tema della violenza nelle relazioni di intimità, diffido come le mie colleghe, delle parole “protezione” e temo i gesti di quegli uomini che si fanno “protettori” delle donne a suon di sberle e pugni, quelli che picchiano altri uomini, non meno violenti, che rivolgono epiteti volgari a loro amiche o fidanzate, scatenando risse che talvolta lasciano anche morti a terra. Oppure quelli che aggrediscono i cosiddetti “avversari in amore” in nome della gelosia e talvolta li uccidono. Quando la rabbia o la frustrazione si traduce in atti distruttivi si apre la possibilità di essere rivolta anche verso le donne che si dice di “proteggere”.

Lo schiaffo di Smith mostra anche quell’attitudine maschile, appresa, di non indietreggiare mai davanti all’offesa di un altro uomo per una malintesa affermazione di sé, pena la perdita di stima di se stessi o la riprovazione di altri.

Non si parla mai abbastanza di quanto la violenza maschile causa vittime tra gli uomini, da tempo vado nelle scuole e mi rivolgo sempre più spesso ai ragazzi facendoli riflettere sulla mascolinità tossica, sul mito della violenza che ne estetizza la distruttività perché esistono ben altri gesti che possono lavar offese reali o presunte. Ci sono sempre altre strade ma gli uomini devono creare mappe per trovarle.

Will Smith avrebbe potuto aprire quel pugno che aveva stretto per prendere e accarezzare la mano della moglie Jada Pinkett, avrebbe potuto guardata negli occhi che aveva appena levato al cielo dopo la battuta inopportuna di Rock aiutandola a superare quel momento di imbarazzo. Avrebbe potuto alzarsi e raggiungere il comico per parlare da quel palco di body shaming, spiegando che non c’è divertimento nello sfottere chi subisce pressioni sociali sulla propria non conformità a canoni di bellezza.

Avrebbe potuto tradurre la sua rabbia in parole, coinvolgendo tutte e tutti i presenti nel momento di imbarazzo e disagio che aveva vissuto la moglie, e probabilmente invece di essere costretto a trovare goffe scuse, le avrebbe ricevute per sua moglie e per tutte e tutti coloro che non sono conformi a canoni estetici imposti.

@nadisdaa

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