Gli impianti di produzione dell’energia sono un obiettivo strategico fondamentale. Assieme alle centrali atomiche, il cui impatto in caso di disastro è addirittura continentale, le dighe sono le infrastrutture in grado di provocare i maggiori disastri sul territorio, se attaccate e distrutte. In tal caso, il disastro si estende a scala di bacino idrografico. Le conseguenze possono anche essere tremende.

Durante il conflitto siriano questo pericolo ha rischiato di trasformarsi in un’arma letale, come raccontai anni fa, per via della vulnerabilità dei piedi di gesso della diga di Mosul. Nel 2011, lo scenario estremo dell’U.S. Corps of Engineers (Usace, Corpo del Genio Militare degli Stati Uniti) prevedeva, in caso di crollo totale e subitaneo, che l’onda di sommersione potesse raggiungere un tirante di 20 metri a Mosul e propagarsi a valle fino a Baghdad, inondata con tiranti fino a quattro metri e mezzo. Mosul ha quasi due milioni di abitanti, mentre a Baghdad vivono sette milioni di persone: nello scenario più accreditato, il disastro avrebbe provocato quasi mezzo milione di vittime. Andò tutto bene, allora, anche se la intrinseca debolezza di quel manufatto non fa dormire tuttora sonni tranquilli.

Nel secolo XX, il numero di dighe crollate per azioni di guerra o sabotaggio è insignificante se inquadrato nell’elenco degli incidenti. I crolli dovuti ad azioni belliche sono l’uno per cento del totale, i quasi mille disastri registrati nel corso del ‘900 (Vogel, A., Safety Investigations of Accidents of Dam Constructions, Proc. JRC/ESReDA Seminar on Safety Investigation of Accidents, Petten, The Netherlands, 12-13 May 2003). Se questo dato non consente di concludere che, in guerra, le dighe siano affatto sicure, esso indica tuttavia una vulnerabilità relativamente modesta. Attacchi alle dighe e azioni di sabotaggio non sono mai mancate nel corso delle guerre dello scorso secolo, il periodo in cui è stata realizzata la maggior parte degli invasi artificiali. Non a caso, le dighe italiane più antiche delle Alpi furono costruite con un dispositivo di sicurezza, uno speciale scarico di emergenza posto al fondo e azionabile in modo pressoché istantaneo tramite esplosivo, per consentire il rapidissimo svuotamento dell’invaso in caso di attacco nemico. Prima i francesi e poi gli austro-ungarici facevano paura.

Nelle guerre che comportavano l’occupazione del territorio nemico, le infrastrutture fondamentali per produrre l’energia elettrica non erano, generalmente, un obiettivo da distruggere. Anzi, conveniva conservare integre e in piena efficienza queste infrastrutture per poterle sfruttare una volta conquistato il terreno. Con le dovute eccezioni: l’esercito dello stesso paese invaso poteva decidere di distruggere la diga per evitarne la caduta in mani nemiche.

Nella seconda guerra mondiale sono documentati cinque episodi di attacco alle dighe, due addirittura alla stessa diga, nel territorio di quella che oggi è l’Ucraina. Gli attacchi furono condotti di solito con l’aviazione. Soltanto in un solo caso un’operazione di sabotaggio fece esplodere alcune cariche all’interno dei cunicoli di ispezione, provocando la rottura dello sbarramento. Con incursioni coordinate su alcune dighe tedesche, durante la Seconda Guerra Mondiale, il governo britannico danneggiò pesantemente la produzione nemica di energia elettrica, provocando enormi danni al territorio, alla popolazione, all’industria.

L’operazione Chastise (castigo) fu la più importante: un massiccio attacco aereo pianificato dal Bomber Command della Royal Air Force durante la battaglia della Ruhr. Il 617esimo squadrone aveva l’obiettivo di demolire le dighe tedesche sui fiumi Eder, Sorpe e Möhne al fine di inondare le zone circostanti, ricche di impianti industriali. E lo raggiunse. Gli aerei sganciarono sulla diga di Möhne le cosiddette Roll Bombs di forma allungata, simile a un barile. Questa sorta di siluri venivano lanciati a pelo d’acqua, volando a pochi metri d’altezza sulla superficie del lago. Lanciate con un’opportuna rotazione, in back-spin, le bombe rimbalzavano sul pelo libero per colpire il bersaglio superando la rete di protezione della diga. La diga di Sorpe, in materiali sciolti, fu attaccata invece da valle, in modo più tradizionale, ma meno efficace. Era una missione rischiosa e l’esito lo confermò: otto aerei su 19 non tornarono, persero la vita 53 aviatori e altri tre finirono prigionieri.

A chi viveva a valle delle dighe andò peggio. La città di Neheim-Husten, otto chilometri a valle della diga di Möhne, fu investita in pieno dall’onda solitaria, circa 210 milioni di metri cubi d’acqua. Pianse 859 vittime. Il lager di Zwangsarbeiter, nei pressi della città, era pieno di stranieri deportati in Germania, costretti al lavoro coatto. La maggior parte di loro erano contadine ucraine: ne morirono 750. Si stima che le vittime civili non furono meno di 1600. Furono sommersi trenta chilometri quadrati di territorio tedesco, distrutti almeno 125 opifici, 25 ponti e alcuni nodi ferroviari.

Durante la guerra del Vietnam, gli Stati Uniti presero in seria considerazione il bombardamento strategico di una serie di dighe e argini lungo il corso e il delta del fiume Rosso. Un rapporto riservato della United States Air Force del 1965 segnalava però che i bombardamenti con aerei convenzionali non sarebbero bastati a distruggere in modo definitivo il sistema di difesa dalle inondazioni. Daniel Ellsberg racconta nei Pentagon Papers questo dialogo tra il Presidente (Richard Nixon) e il Segretario di Stato, tra il serio e il faceto:

Presidente: Vede, l’attacco al Nord che abbiamo in mente, le centrali elettriche, tutto ciò che è rimasto: petrolio, banchine portuali… E penso ancora che dovremmo eliminare le dighe adesso. Tutto ciò annegherà delle persone?
Kissinger: Circa duecentomila persone.
Presidente: No, no, no, preferirei usare la bomba nucleare. Ce l’hai, Henry?
Kissinger: Penso che sarebbe troppo.
Presidente: La bomba nucleare, ti dà fastidio, eh?… Voglio solo che pensi in grande, Henry, perdio!

Invero, i bombardamenti americani causarono solo lievi danni alle dighe. Nessuna di queste faceva parte del sistema di difesa idraulica della capitale Hanoi, né i danni furono abbastanza gravi da causare rotture rapide e devastanti. Il Vietnam del Nord aveva posizionato radar antiaerei, missili terra-aria e artiglieria sul coronamento delle dighe. E le dighe erano vulnerabili anche per la stretta connessione con le reti di trasporto, strade e ferrovie. Sebbene all’operazione Linebacker II fosse stata concessa l’autorizzazione ad attaccare questi siti, ci si limitò al solo uso di napalm, bombe a grappolo e altre armi antiuomo, nel tentativo di ridurre al minimo i danni strutturali.

Se l’argomento suscita ancora qualche interesse, nel prossimo post parlerò delle vicende che, nel corso del secondo conflitto mondiale, condussero alla doppia distruzione della maggior diga dell’Ucraina. Allora si trattava di un territorio conteso tra la Germania all’attacco e l’Unione Sovietica, paese dapprima sotto attacco e, successivamente, impegnato nella riscossa che la portò alla conquista di Berlino. E tutto ciò accadde su quelle stesse terre e lungo quegli stessi fiumi che avevano visto l’avanzata trionfale delle truppe naziste.

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