Le imprese e ora anche gli enti locali chiedono interventi rapidi, ma il nuovo pacchetto “di ampia portata” contro il caro bollette promesso mercoledì dal premier Mario Draghi sembra ancora in alto mare. Ballano le coperture – mancano all’appello tra 1 e 3 miliardi e Chigi ha chiuso alla possibilità di un nuovo scostamento di bilancio – e non è chiaro quali misure il governo intenda mettere in campo. Stando a indiscrezioni si valuta tra l’altro di aumentare la produzione di gas nazionale (oggi pari a 4 miliardi di metri cubi l’anno) come auspicato da Confindustria, ipotesi benedetta pure dal Pd il cui segretario Enrico Letta un mese fa si era espresso contro l’inserimento di nucleare e gas nella tassonomia europea. Ma il beneficio sarebbe assai contenuto, considerato che il fabbisogno annuo di gas della Penisola supera i 70 metri cubi, e per vedere qualche risultato ci vorrebbero almeno 12 mesi. Intanto le nuove installazioni di impianti da fonti rinnovabili languono: la burocrazia continua a rallentare se non bloccare le autorizzazioni, nonostante il decreto Semplificazioni varato lo scorso anno. “L’Italia resta in testa alla classifica dei prezzi energetici per tutto l’orizzonte di previsione, con una penetrazione delle rinnovabili relativamente bassa e l’eliminazione graduale del carbone che la rende sempre più dipendente dal gas per bilanciare offerta e domanda“, sottolinea un rapporto di S&P sull’andamento dei prezzi dell’energia in Europa nel 2022-2023.

Tra luglio e dicembre 2021 l’Italia ha stanziato 10,2 miliardi di euro per mettere un freno agli aumenti di gas e elettricità. L’ultima tranche, dopo i 3,8 miliardi messi in legge di Bilancio per mitigare i rincari per le famiglie, è arrivata a fine gennaio con l’azzeramento degli oneri generali di sistema (già stabilito per le utenze elettriche sotto i 16,5 kW di potenza) anche per le medie e grandi imprese, il taglio dell’aliquota Iva sul gas e un credito di imposta per gli energivori, finanziati anche con un intervento sugli extraprofitti da fonti rinnovabili. Un’enorme mole di risorse che ha solo scalfito l’impennata legata alla dinamica domanda-offerta aggravata dall’andamento a singhiozzo delle forniture russe: nel primo trimestre 2022 gli utenti in regime di maggior tutela sono soggetti ad aumenti del 55% per l’elettricità e 41,8% per il gas.

Le aziende lamentano l’erosione dei profitti e in alcuni casi denunciano la necessità di lavorare di notte o spegnere gli impianti per una parte della giornata. Di qui la richiesta di una ulteriore tranche di aiuti. Ma sul pacchetto, appunto, non c’è al momento alcuna certezza. Si parla di ampliare la platea delle famiglie destinatarie del bonus energia e di garantire forniture di gas a prezzi calmierati ai gruppi energivori attraverso un aumento di 3-4 miliardi di metri cubi delle estrazioni dai pozzi italiani. Il piano sarebbe quello di imitare il modello della Francia, dove il governo ha imposto alla società pubblica Edf di incrementare al 20% la quota di produzione (nel suo caso da nucleare) venduta a prezzo calmierato. Lo stesso, ipotizza il Messaggero, si potrebbe chiedere a Eni – che in questa fase registra extraprofitti sulle importazioni di gas dalla Russia – tramite contratti pluriennali di cessione di gas estratto dai suoi giacimenti in Italia. Al netto delle perplessità legate all’evidente contrasto con l’obiettivo della decarbonizzazione, bisognerebbe comunque trovare la quadra con la Commissione europea, che potrebbe ritenere aiuto di Stato uno sconto riservato ad alcune categorie.

Il problema è come finanziare il nuovo pacchetto. La sottosegretaria al Tesoro Maria Cecilia Guerra ha anticipato che il nuovo decreto varrà tra 5 e 7 miliardi, ma i tecnici del Mef ne avrebbero individuati per ora solo 4: fondi per vari bonus già messi a bilancio e non spesi, almeno 1,5 di proventi delle aste della Co2, forse proventi da cartolarizzazione degli oneri di sistema come proposto dal ministro Roberto Cingolani qualche settimana fa. Ma nulla è ancora deciso. Certo è che di taglio ai sussidi per le fonti dannose per l’ambiente nessuno parla più. Così stando le cose la coperta è corta. La soluzione sarebbero ulteriori risorse a debito: “Non può essere considerato “debito cattivo”, perché il rovescio della medaglia potrebbe voler dire far fallire migliaia di aziende del comparto”, sottolinea via Facebook il capodelegazione del M5s Stefano Patuanelli. Ma, con i negoziati sulla revisione del Patto di stabilità ormai nel vivo, Palazzo Chigi e il Tesoro escludono un nuovo scostamento di bilancio. “Non è il momento”, ha confermato Guerra.

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