Dormire più ore durante la notte non fa lavorare meglio, mentre fare un pisolino al lavoro sì. È quanto stato osservato da alcuni economisti di Harvard e del MIT sulla base di alcuni risultati di un esperimento realizzato a Chennai, in India, tra il 2017 e il 2019. 452 lavoratori sono stati divisi in tre categorie: quelli che sono stati oggetto di trattamenti per aumentare il loro riposo notturno a casa, quelli che hanno avuto l’opportunità di fare un pisolino di trenta minuti a lavoro, e un gruppo di controllo che non ha avuto né l’una né l’altra opzione. I risultati sembrano non lasciare dubbi: i lavoratori che hanno dormito a lavoro sono diventati più produttivi del 2,3%; mentre le persone che sono state orientate a riposare di più a casa, hanno in media dormito meno di mezz’ora in più del solito, l’aumento della produttività è stato solo dell’1,3% e il tempo di lavoro medio si è ridotto di 10 minuti. C’è però da sottolineare che la ricerca ha osservato le abitudini di persone in un Paese in via di sviluppo, che hanno un salario basso: condizioni che rendono dormire la notte particolarmente difficile a causa di caldo, rumori e mancanza di comfort adeguati.

Il miglioramento in produttività e benessere mentale del gruppo che ha riposato a lavoro è necessariamente aiutato da condizioni di ristoro migliori. Erano previsti infatti un letto, un cuscino, un ventilatore, tappi per le orecchie e una maschera per coprire gli occhi. Al netto quindi delle differenze della qualità di vita tra il nostro Paese e dove è si è svolto l’esperimento, che validità ha suggerire di dormire semplicemente più ore per essere più performanti durante l’attività lavorativa? “Dormire durante il giorno, per un breve periodo, evitando quindi di entrare nel sonno profondo da una sensazione di ristoro e, di fatto, aumenta la performance post-risveglio. Restare a letto a lungo, sia al mattino che nel pomeriggio, innesca un fenomeno noto come sleep inertia che ci rende sonnolenti al risveglio e anche spesso di cattivo umore”, ci spiega il professor Giuseppe Plazzi, Presidente della Associazione italiana di medicina del sonno (AIMS) e direttore del Centro del sonno dell’IRCCS delle Scienze neurologiche di Bologna. “Durante il giorno, inoltre, esiste una ‘porta del sonno’ pomeridiana”, prosegue Plazzi, “nella quale a tutti noi, soprattutto se ci si è svegliati presto al mattino, risulta particolarmente facile prendere sonno, anche se non avvertiamo una sonnolenza. Tutte queste caratteristiche sono geneticamente determinate, anche se più o meno evidenti in ogni persona. La propensione diurna al sonno è stata utilizzata da molti personaggi noti: il sonno polifasico, costituito da un periodo di sonno notturno non troppo lungo, risveglio mattutino, pisolini disseminati con metodo durante il giorno, era utilizzato da Leonardo per accentuare attenzione, mano ferma e creatività. Importante è che il sonnellino sia breve”.

Qual è invece l’importanza di scegliere l’ora in cui andare a dormire e quella per risvegliarsi?
“Moltissima. Il sonno deve essere sincronizzato con la pulsatilità del nostro orologio biologico e deve tener conto dei sincronizzatori esterni: i più importanti la luce e il buio e i sincronizzatori sociali (guardiamo le drammatiche conseguenze del lockdown in anziani e bambini)”.

Ci sono persone che affermano siano sufficienti per loro anche poche ore di riposo notturno rispetto ad altre. Ci sono variabili individuali che entrano in gioco per valutare la durata ideale del sonno?
“Sono i geni che regolano il nostro cronotipo: ci sono persone per le quali sono sufficienti poche ore di sonno (brevi dormitori), altre hanno necessità di dormire oltre 9 ore (lunghi dormitori). Inoltre, alcune persone si addormenterebbero prestissimo alla sera per svegliarsi presto al mattino (mattutini o allodole); altri stanno svegli anche per tutta la notte senza difficoltà, mentre al mattino stentano a risvegliarsi (serotini o gufi). I primi, le ‘allodole’, anche se alla sera possono avere difficoltà nella vita sociale e di relazione, risultano decisamente avvantaggiati di giorno sul piano dell’affettività, delle performance cognitive e fisiche, e del successo creativo”.

In che misura la pennichella può essere un beneficio per la persona, anche a seconda dell’attività lavorativa svolta?
“La pennichella, come dimostrato dallo studio del MIT e come noto fin dalla storia dell’uomo, può essere di grande beneficio. A patto che sussistano i presupposti di poter fare un breve sonnellino in condizioni ottimali: pensiamo solo agli incidenti sul lavoro e quelli stradali che avvengono, soprattutto, nei momenti corrispondenti alle ‘porte del sonno’ rispettivamente pomeridiana e notturna, e che potremmo evitare. La sonnolenza, infatti, quando viene contrastata, anche senza arrivare al colpo di sonno, determina un disturbo di attenzione, irritabilità, sottovalutazione del rischio. Tutti elementi che possono far scaturire dai gesti che compiamo routinariamente, ogni giorno, terribili tragedie”.

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