Siamo a Foggia, è il 17 gennaio del 2022 e i numeri parlano chiaro. Dall’inizio dell’anno è in atto un’escalation criminale della Società Foggiana, la mafia di Foggia: quattro bombe sono state fatte esplodere in negozi ed esercizi pubblici di San Severo, due a Foggia e una a Vieste nei pressi dell’abitazione di un personaggio forse vicino ai clan. Era da un po’ di tempo che la protervia della mafia foggiana, la cosiddetta Quarta mafia, non si faceva sentire, ma è tornata a galla in modo violento e aggressivo. D’altronde, e questo vale per tutte le mafie, i periodi di calma servono per ricomporre le file dell’organizzazione.

È da questi dati che bisogna partire, se si vuole tentare un’interpretazione sensata del fenomeno degli ultimi giorni. San Severo e il vicino capoluogo, Foggia, costituiscono il territorio elettivo in cui si muove la Società Foggiana, l’organizzazione mafiosa che tiene in scacco circa 220mila persone. Colpire duro agli inizi dell’anno, con omicidi e bombe, è tipico di questa organizzazione, è una sorta di inaugurazione dell’anno accademico criminale. È successo altre volte. Il gennaio del 2020, per esempio, a Foggia iniziò con bombe e omicidi. È evidente che ci si trova davanti a una sfrontata intimidazione nei confronti dello Stato e della cittadinanza, che mira a ricordare a tutti che la Società esiste e che, quindi, nessuno può sentirsi davvero al sicuro.

Sostanzialmente, sono atti di terrorismo mafioso. Le bombe foggiane non sono sempre dirette a vendicare un mancato pagamento di pizzo, no. Spesso sono solo una modalità mediatica, un mezzo di comunicazione verso la collettività che dice: “Noi ci siamo, attenti a come vi muovete”. Il fatto che, inoltre, sia stata piazzata una bomba anche nei pressi della casa di un abitante del Gargano lascia intendere che, come ripeto da anni, le mafie foggiana e garganica si stanno fondendo, ed è uno scenario pericolosissimo. La sfida della Società Foggiana, però, ha anche una mira diretta: oggi, infatti, vede la luce l’associazione antiracket intitolata ai fratelli Luigi e Aurelio Luciani, vittime inconsapevoli della strage mafiosa di San Marco in Lamis dell’agosto 2017.

L’associazione, costituita dalla Fai di Tano Grasso, comprende imprenditori di spicco quali Alessandro Zito, Luca Vigilante e Lazzaro D’Auria, tutti vittime del racket di cui portano ancora i segni nell’anima. La mafia foggiana colpisce anche chi ha denunciato, a differenza dell’atteggiamento delle mafie storiche siciliana e calabrese, che invece si astengono da ulteriori contatti con gli estorti che denunciano. La mafia foggiana, evidentemente, considera le denunce come degli inviti a un braccio di ferro con la società civile, un “vediamo chi vince” che non lascia in pace la gente perbene che vuole lavorare.

La particolarità della mafia foggiana non è confinata solo in questa boriosa arroganza, ma si rinviene anche nella politica criminale. Le mafie, in genere, cercano la sovranità territoriale, il comando, il potere, e questi risultati si ottengono avendo il consenso della gente. Per ottenere il consenso è necessario mitigare la violenza, che deve essere usata solo se strettamente necessaria. Le mafie classiche infatti vivono con un profilo basso e cercano proseliti fra la popolazione, ma a Foggia succede il contrario. La Società il consenso lo cerca con la minaccia collettiva, con i morti, con l’arroganza. Perciò non è il consenso che cerca, ma una dittatura criminale che schiacci la città. Questo depone per una sua scarsa capacità di analisi politica. Se infatti altre organizzazioni mafiose, come la ‘ndrangheta, reggono nei secoli, è proprio grazie all’accurata gestione della propria immagine nei confronti della collettività.

Tutto questo è però anche un chiaro segno di debolezza, anzi di timore. Lo Stato ha fatto e fa molto a Foggia. Ha sciolto per mafia i comuni di Foggia, Manfredonia, Cerignola, Mattinata e Monte Sant’Angelo. Ha inviato rinforzi e altri ne invierà, stando alle parole della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, oggi a Foggia per coordinare un Comitato per l’Ordine Pubblico con il Capo della Polizia e i Comandanti Generali di Carabinieri e Guardia di Finanza. La ministra, peraltro, sa perfettamente di cosa si parli quando si parla di mafia a Foggia. I crimini del gennaio 2020, inoltre, hanno talmente esasperato la popolazione da averla costretta, nonostante la paura omertosa che circola in città, a scendere in piazza nella ormai celebre marcia dei 20mila.

Apprezzabile è la richiesta (già peraltro avanzata fin dal 2014) dei parlamentari M5S di portare una sezione della procura distrettuale antimafia a Foggia, perché solo vivendo in un dato contesto si possono comprendere a fondo certe dinamiche criminali. Sono estremamente condivisibili anche le parole di Ludovico Vaccaro, il procuratore della Repubblica di Foggia, che stimola gli imprenditori a denunciare ogni intimidazione. Ed è decisamente positivo il coinvolgimento delle università dove è andata la ministra Lamorgese.

La società civile e lo Stato si stanno riprendendo il territorio e la mafia spara per difendere i privilegi acquisiti in anni di menefreghismo governativo e di scandalosa ignoranza mediatica. Evidentemente, il martellamento iniziato nel 2014 da magistratura e forze dell’ordine per ottenere una maggiore attenzione nei confronti del problema-Foggia sta dando i suoi frutti, e ora la Società si rifugia nell’angolo sparando le cartucce che ha. Questo non significa che l’organizzazione sia meno pericolosa, anzi. Quando si ha paura si possono fare azioni sconsiderate. Ma è una battaglia, e, se la vuole vincere, lo Stato e la società civile non possono non accettare la sfida.

La cosiddetta Quarta mafia è giovane e senza tradizioni, perciò si può sconfiggere. Basta mettere a punto gli strumenti necessari. E, soprattutto, bisogna volerlo.

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