Ogni quattro anni, con le estati olimpiche a riempire giornali ed esultanze, spunta qualche atleta che dal semi anonimato passa alla gloria. Questione di minuti: di prestazioni più o meno perfette che valgono le medaglie ai Giochi e l’ingresso nella ristretta categoria degli sportivi che ce l’hanno fatta. Di solito succede nelle discipline minori, definite così a causa dell’insopportabile vizio di pesare l’importanza di uno sport in base al seguito di pubblico. Ma tant’è. Non è questo il punto. Fatto sta che da essere nessuno, diventi un Dio. Per qualche giorno. E approfitti della ribalta mediatica. E ripensi a tutti i sacrifici fatti. E partono i ringraziamenti. Fateci caso: il primo grazie di solito è per “il mio maestro, quello che ha creduto in me e mi ha spinto a continuare nonostante le difficoltà”. Ecco: i primi maestri, quelli che insegnano sport, che crescono uomini e donne per farli diventare campioni. Vogliamo raccontarli così: capire il loro modo di intendere la competizione, scoprire i loro metodi, conoscere i loro aneddoti, sapere da chi hanno imparato. Ci saranno maestri noti e meno noti, espressione di discipline con grande o poco seguito. Unico comune denominatore: loro sono lo sport che insegnano e che hanno contribuito a migliorare. (Pi.Gi.Ci.)

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“Da schermidore ho avuto in Nazionale una marea di tecnici, ma non prendo ispirazione da nessuno di loro. Io sono fatto a modo mio. Il vero maestro è stato per me Sergej Korjaškin, scappato dall’Unione Sovietica nel 1989, dopo aver vinto il Mondiale a squadre a Denver. Non avevamo una lingua in comune, ma parlavamo quella della sciabola. Tanto con i russi si fa come dicono loro, non si discute. Io oggi con i miei ragazzi non sono proprio così, cerco di essere più morbido”. Da pochi mesi Luigi Tarantino – quattro medaglie olimpiche e quattordici ai Mondiali di scherma – è il commissario tecnico della Nazionale maschile e femminile di sciabola, dopo le esperienze in Federazione con le formazioni giovanili.

“Il mio sogno è sempre stato quello di guidare la Nazionale maggiore. Già da tiratore mi sentivo allenatore e dalla panchina decidevo le strategie. Sì, mi piacerebbe avere oggi atleti con la mia personalità, ma non ci sono. Sono tutti ragazzi seri e bravi. Io invece ero molto vivace, un vero disastro. Forse avrei avuto bisogno di una guida più severa. Talento, testa matta e risultati: non è da tutti sapere gestire queste tre cose contemporaneamente. Avrei potuto vincere ancora di più, ma non ho nessun rammarico, ho accettato tutta la mia vita. Mi sento ancora un ragazzino, la testa matta ce l’ho anche a 50 anni. Ma non penso che avrò problemi con i dirigenti federali, in certe dinamiche sono migliorato”.

Ha avuto altri maestri sovietici. Quindi sente di provenire da una scuola russa?
“Sì. L’Unione Sovietica per me è la sciabola. Da atleta sono stato spesso a Mosca, città un po’ freddina per uno che viene da Napoli. Là capivo quanto ero fortunato a vivere a tremila chilometri di distanza. Perché vedevo la fame. Stavo 20 giorni ad allenarmi in un palazzone a chilometri da Mosca, ma che è ancora a Mosca. Incontravo i ragazzi russi, un’esperienza di sport e di vita. Oggi non avrebbe molto senso fare queste trasferte, con la globalizzazione tutto si è uniformato anche negli allenamenti. Sono diventato l’atleta che sono grazie a loro. Io e Aldo Montano abbiamo entrambi un’impronta tecnica russa. Poi la scherma di Mosca è andata in crisi e la loro federazione ha preso dall’estero i migliori tecnici al mondo, compresi i nostri Cerioni nel fioretto e Mazzoni nella spada”.

Con Montano avete condiviso lo stesso allenatore?
“Sidjak, il più anziano tra i maestri russi che ho avuto. E quello che parlava meno di tutti. Era stato avversario del papà di Aldo e dopo aver lavorato a Napoli con me si è trasferito da lui a Livorno”.

Aldo Montano è stato il più grande sciabolatore italiano?
“Se la gioca con me. Io ho vinto più gare. La scuola, appunto quella russa, è stata la stessa. Montano è un amico, uno come lui servirebbe ancora oggi in pedana, in spogliatoio e a livello mediatico. Ma di Aldo Montano ce n’è stato uno ed è difficile trovarne un altro. Aldo è una furia”.

Il terzo maestro russo che ha avuto?
“Andrej Alšan. Con lui sono ancora in contatto e quando lo incontro in giro per il mondo ricordiamo gli anni trascorsi insieme”.

Il primo maestro che l’ha introdotta in questo sport?
“È stato Dino Meglio a insegnarmi le prime cose. I miei genitori avevano praticato scherma e a dieci anni mi hanno portato in palestra. Ma erano super scarsi, meno male che non mi hanno insegnato loro… Papà è stato un consigliere federale e veniva a tutte le mie gare. Sono morti a distanza di pochi mesi l’uno dall’altra. Avevo 20 anni e questa tragedia mi ha maturato in fretta. Nella scherma bisogna avere concentrazione ed essere senza paura e così in pedana ben presto ero pronto a gareggiare ad alti livelli”.

Oggi deve allenare ragazzi che sono stati suoi compagni di squadra.
“Luigi Samele, ma conoscevo bene anche gli altri. È cambiato il mio ruolo, ora bisogna trovare una soluzione perché alleno un atleta con cui prima magari condividevo la stanza. Stiamo costruendo un gruppo solido, i problemi negli ultimi tempi ci sono stati soprattutto tra le donne. La scherma è uno sport individuale ma solo all’interno di un gruppo forte si riesce ad emergere”.

Cambia molto allenare gli uomini o le donne?
“La sciabola maschile e quella femminile sono due sport diversi, c’è una differenza enorme. La sciabola è uno sport veloce. Per gli uomini è più facile gestire un problema in rapidità, le donne invece analizzano molto di più le cose e alla fine valutano in maniera differente. È certamente più complicato gestire le donne. Gli uomini tendono a risolvere subito un problema, le donne no e non è semplice interpretare quello che dicono. Prima della mia nomina ci sono stati problemi di spogliatoio nel femminile, non ne conosco i motivi scatenanti e alcuni punti non sono chiari ma so che si risolverà tutto perché queste sono ragazze intelligenti”.

Come vede il futuro della sciabola azzurra?
“Alle Olimpiadi di Tokyo gli uomini sono andati benissimo con due medaglie, le donne meno. Per costruire un gruppo vincente serve tempo. Due anni e mezzo non sono tanti e infatti quelli di Parigi saranno dei Giochi di passaggio. I risultati veri li avremo a Los Angeles”.

Come sceglie i convocati?
“Non porto i quattro più forti, ma quelli che insieme funzionano meglio”.

Com’è il rapporto con i ct del fioretto e della spada?
“Con Cerioni abbiamo fatto la carriera insieme, Dario Chiadò invece lo conosco meno ma avere un rapporto non è indispensabile. I tre settori sono distinti”.

Le manca la pedana?
“No e nemmeno la gara. Mi manca l’adrenalina perché a me piaceva prendermi tutte le responsabilità possibili”.

Crede che nello sport di adesso sia utile la presenza di uno psicologo?
“Da atleta non ne ho mai avuto uno, e mai l’ho richiesto. Oggi tanti ne fanno uso e probabilmente serve, quindi magari lo inserirò anch’io nel mio staff. Ma difficilmente mi confronterò con lui, per carattere ho difficoltà a chiedere consigli. Voglio fare sempre di testa mia”.

Non ha chiesto consigli neanche al ct che l’ha preceduta?
“No. Giovanni Sirovich è un amico e un ex compagno, ma siamo troppo diversi”.

Napoli, la sua città, ha una grande tradizione di sciabola.
“Dal 1976 almeno due dei quattro in Nazionale sono napoletani. Oggi Luca Curatoli è molto forte, inoltre speriamo nella crescita di altri giovani. Non cambierei la mia città con nessun’altra al mondo. Amo il calcio e simpatizzo per il Napoli, ma tifo Inter per via dei miei cugini che erano nerazzurri. Per tutto la mia carriera di atleta mi sono allenato giocando a calcetto. Mi sono tenuto in forma così, in palestra ci andavo poco e non ho mai avuto un infortunio in 30 anni di gare”.

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