La riforma dell’Irpef è un’occasione mancata che non sfiora nemmeno il tema della sua evasione, pari a circa 37 miliardi l’anno, e non incide sulle disuguaglianze. Certo, un vantaggio c’è perché sette miliardi “restano nelle tasche degli italiani” con aliquote marginali formali più vicine a quelle reali. Ma l’altra faccia della medaglia è che la distribuzione dei vantaggi non appare equa, come del resto ilfattoquotidiano.it ha raccontato fin dall’accordo di maggioranza sulle aliquote, e al “taglio” rischia di corrispondere un altro lato della medaglia: uno stato sociale sempre meno sociale. Persino in un momento in cui la pandemia ci ha mostrato quanto sia importante avere un sistema sanitario universale. Questa in sintesi l’analisi di Elena Granaglia, professoressa di scienze delle finanze all’Università Roma Tre, in passato componente della Commissione d’indagine sull’esclusione sociale e oggi del Comitato di coordinamento del Forum DisuguaglianzeDiversità.

A suo parere, se si vuol vedere il bicchiere mezzo pieno, un punto positivo c’è. “La riforma ha provato a contrastare la divaricazione fra aliquote marginali formali e quelle reali (inclusiva anche delle detrazioni, ndr), tentando di eliminare un’importante distorsione – spiega la professoressa – Le detrazioni per tipologia di reddito decrescono all’aumentare del reddito. Di conseguenza nel nostro sistema accade che più aumenta il reddito, più sale l’aliquota e più scendono le detrazioni con una duplice penalizzazione. Basti pensare che dipendenti con un reddito compreso fra i 35mila e i 40mila euro lordi di reddito arrivavano ad avere un’aliquota marginale vera del 60 per cento”. Ma al di là di questo intervento specifico, il resto della riforma non è ispirato a quel principio di equità fiscale sancito dalla Costituzione. Così i vecchi problemi restano ancora sul tavolo. Primo fra tutti il tema della tassazione dei più poveri e dei più ricchi. “La riforma incide sulle due aliquote centrali, non su quella dei più poveri e dei più ricchi che restano rispettivamente al 23 e al 43 per cento” riprende l’esperta. Persino in un momento come questo in cui la povertà avanza.

Eppure c’è stato un momento in cui l’Italia e il suo sistema fiscale tenevano conto delle differenze di reddito in maniera significativa pesando decisamente meno sui redditi bassi rispetto a quelli alti. “Nella riforma tributaria del 1973, l’Italia tassava i redditi bassi con un’aliquota del 10 per cento contro quella attuale del 23%, c’erano una trentina di scaglioni con l’ultimo scalino tassato al 72 per cento – riprende -. Si credeva di più nella progressività. Ci sono state poi delle proposte, come quella di Visco, che immaginava una forma di progressività con un’aliquota che cambia in maniera continua in funzione del reddito”. Ma alla fine i governi che si sono succeduti hanno scelto di ridurre il numero di scaglioni accorpando le aliquote e riducendo così anche la progressività dell’imposta. E con lei l’equità nel peso fiscale sulle famiglie italiane. “Inoltre, la revisione dell’Irpef decisa dal governo Draghi va soprattutto a beneficio del terzo scaglione che ha un reddito lordo compreso fra i 28mila e i 50mila euro – prosegue la professoressa – sembrerebbe un reddito alto, ma in realtà quella fascia è al di sopra del reddito medio degli italiani e vi ricadono solo il 3-4% dei contribuenti (con un reddito netto da circa 1.200-2.400 euro netti, ndr) cui resterebbero in tasca circa 765 euro l’anno in più. Non c’è alcun vantaggio per gli incapienti, nonostante il fatto che la pandemia abbia enormemente aumentato la povertà”. Infine, non si possono trascurare altri due elementi. Il primo, come già detto, è che l’iniziativa del governo non sfiora nemmeno il tema dell’evasione che pure ammonta a circa 37 miliardi. Il secondo è che per definizione la riforma dell’Irpef riguarda soprattutto pensioni e redditi da lavoro dipendente.

“C’è invece tutta una categoria di lavoratori che segue altre regole come i regimi sostitutivi: ad esempio, i lavori autonomi in regime forfettario hanno il 15% di tassazione fino a 65mila euro o i redditi agricoli non pagano l’Irpef” aggiunge l’esperta. Sullo sfondo c’è poi un tema assai più complesso e riguarda il modello di Stato che si vuole. “Un taglio resta sempre un taglio. E’ vantaggioso avere anche 700 euro all’anno in busta paga se poi i tagli si traducono in minori servizi? – conclude Granaglia – E’ un interrogativo importante perché è la base su cui si costruisce il modello di Stato. Basta pensare alla sanità: vogliamo un modello come quello statunitense o un servizio sanitario nazionale? Se la risposta è la seconda, allora sono le tasse che servono a finanziarlo. Ma l’impressione è che stiamo andando sempre più verso un modello diverso, meno sociale e con diseguaglianze in aumento”.

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