Ormai nel Regno Unito non ha più senso specificare il numero di casi Omicron registrati sul totale dei contagi quotidiani di Covid-19 perché la variante identificata in Sudafrica è ritenuta responsabile di oltre il 90% dei casi positivi. La nuova prassi presentata dall’Agenzia per la Salute britannica UKHSA (UK Health Security Agency) conferma la preannunciata tendenza di Omicron ad imporsi rapidamente come variante dominante. Il Regno Unito ha identificato mercoledì altri 40mila casi che hanno portato il totale dei contagi Omicron a oltre 229.000 di cui quasi 198mila nella sola Inghilterra con la capitale Londra che accentra il 17% dei casi. Fuori dal Sudafrica la Gran Bretagna (un totale di oltre 189mila casi ieri) sta facendo da battistrada per il trend di Omicron in Europa. E dunque che cosa possiamo imparare in Italia?

Chi sono le vittime di Omicron: ospedalizzazioni e decessi
A delineare la gravità di Omicron in Gran Bretagna sono gli ultimi dati che mostrano come al 30 dicembre il totale delle ospedalizzazioni sia salito a 815 (49 in più del giorno precedente) con 54 decessi. Sono principalmente i positivi non vaccinati a dover ricorrere alle cure ospedaliere come evidenziato dal trend di Londra dove il 41,2% dei ricoveri è tra persone che non avevano ricevuto il vaccino. Un dato a cui si è aggiunta la dichiarazione dello stesso primo ministro Boris Johnson secondo cui oltre nove casi su dieci di Covid-19 in terapia intensiva sono persone che non hanno ricevuto la terza dose.

La prima vittima per Omicron in Gran Bretagna era un 70enne senza disturbi pregressi ma non vaccinato. Le autorità britanniche non hanno ancora rilasciato ufficialmente i dati relativi all’età, genere e stato vaccinale di coloro che purtroppo sono deceduti negli ultimi giorni, in piena tormenta Omicron. Secondo l’ONS l’Ufficio di Statistica Nazionale, il tasso di ospedalizzazione è più alto nei gruppi di età sopra i 75 anni e tra i 15 e 1 24 anni mentre i decessi colpiscono principalmente la fascia sopra gli 85 anni.

Interpellato da IlFattoQuotidiano.it, l’Ufficio di Statistica Nazionale (ONS) ha rimandato al risultato di un sondaggio da cui sono emerse le caratteristiche del contagio che possono essere associate alla variante Omicron: secondo il rapporto ONS, tra le varie fasce di età, coloro che hanno più possibilità di essere contagiati da Omicron sono i giovani tra i 20 ed i 30 anni. Statisticamente risultano più colpite le minoranze etniche e chi vive nei centri urbani rispetto alle zone rurali. Allo stesso tempo, chi ha già avuto il Covid e viene infettato nuovamente ha più probabilità di risultare positivo alla nuova variante rispetto a chi viene contagiato per la prima volta (che dunque sarebbe più suscettibile al contagio con gli altri ceppi del coronavirus). Altrettanto, sul fronte vaccinale il sondaggio inglese mostra che chi risulta positivo al Covid-19 dopo aver ricevuto due o tre dosi del vaccino ha più probabilità di essere contagiato con Omicron (che ha una minore propensione alla ospedalizzazione) rispetto a chi non è vaccinato e risulta positivo. Il che da un lato pone dubbi sulla protezione dall’infezione offerta dai vaccini. Dall’altro crea una separazione tra i percorsi di malattia di chi è vaccinato contro chi non lo è a tutto vantaggio dei primi. Per ora, tuttavia, da ONS dicono che è troppo presto per trarre conclusioni sull’efficacia dei vaccini contro Omicron.

Get Boosted Now: il motto di Johnson contro Omicron
Un rapporto dell’Imperial College di Londra evidenzia che una delle principali differenze tra le due varianti Omicron e Delta è proprio il rischio di ospedalizzazione: i positivi ad Omicron avrebbero il 20-25% in meno di probabilità di dover ricorrere all’ospedale e il 40-45% in meno di aver bisogno di essere ricoverati per uno o più giorni. Secondo uno studio dell’Università di Edimburgo il rischio di ospedalizzazione per Covid è inferiore di due terzi se si contrae Omicron invece di Delta e il booster (la terza dose di vaccino) aggiunge una protezione sostanziale contro il contagio sintomatico del virus. Guardando al Sudafrica, uno studio ha dimostrato che Omicron provoca meno rischi che il contagio si sviluppi in modo grave, possibilmente come conseguenza del livello di immunizzazione più alto nella popolazione. Proprio questa riduzione della pressione sugli ospedali ha consentito al Sudafrica di non imporre il lockdown di fronte ai casi crescenti di Omicron, sostiene l’epidemiologa dell’Università di Witwatersrand, Cheryl Cohen – tra gli autori dello studio – che però fa appello alla cautela per le nazioni occidentali che hanno una popolazione più anziana e quindi maggiormente a rischio. Contrariamente ai governi di Scozia, Irlanda del Nord e Galles, Boris Johnson ha scelto di non introdurre alcuna restrizione in Inghilterra, focolaio di Omicron, puntando invece su una massiccia campagna per sollecitare la popolazione a presentarsi al terzo vaccino. Ad oggi il booster è entrato nelle braccia di oltre il 58% dei britannici a fronte di un 10% di no-vax che ancora non sono stati persuasi nemmeno dalla rapida ascesa della nuova variante.

I dati UK Health Security Agency

Il report dell’Imperial College

Lo studio dell’Università di Edinburgo

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