di Ani Vardanyan*

Esattamente trent’anni fa il popolo di Artsakh (Nagorno Karabakh), un territorio dove la stragrande maggioranza della popolazione era armena, fece un referendum storico. Il 99,89 per cento degli elettori armeni votò a favore della totale indipendenza dall’Azerbaijan esercitando il proprio diritto di autodeterminazione.

Proviamo a tornare indietro nel tempo e capire cosa accadeva realmente in quel fazzoletto di terra in quegli anni. Come è risaputo il territorio di Artsakh (storicamente armeno) fu incorporato forzatamente nell’Azerbaijan nel 1921 con la diretta interferenza di Stalin. In seguito, nel 1923 venne incorporato nella Repubblica Socialista Sovietica d’Azerbaijan come un oblast autonomo. Da sottolineare il fatto che, nel 1923, il 94,4 per cento della popolazione di Artsakh era armena e che, in conseguenza della politica discriminatoria, aggressiva e violenta dell’Azerbaijan, scese drasticamente.

Il punto di svolta fu nel 1988, quando il parlamento locale dell’Oblast autonomo di Nagorno Karabakh approvò una risoluzione che invitava Mosca, Yerevan e Baku a ritirare la regione dall’Azerbaijan sovietico e ad annetterla all’Armenia sovietica. Sia Mosca che Baku la considerarono inaccettabile.

In risposta alla volontà dell’autodeterminazione della popolazione del Nagorno Karabakh, le autorità azere organizzarono i massacri degli armeni trasformandoli in azioni militari. Come soluzione al conflitto l’Azerbaijan scelse la guerra e non la pace. Nel 1991 Artsakh dichiarò la sua indipendenza in pieno rispetto con il diritto internazionale. Bisogna evidenziare che il referendum si svolse in conformità alle norme giuridiche esistenti. Il giorno del referendum erano presenti due dozzine di osservatori internazionali che in seguito presentarono il loro rapporto.

La popolazione armena sognava di poter realizzare i propri diritti e di poter scegliere di essere indipendente. La loro volontà fu risposta invece con attacchi e aggressioni. Il giorno del referendum, Stepanakert e altri insediamenti armeni erano sotto incessanti bombardamenti, ma la determinazione della popolazione era talmente grande che nulla poté fermare gli elettori. Secondo i dati forniti dalle autorità, dieci persone furono uccise e undici civili rimasero feriti. Difatti il rapporto di due dozzine di osservatori internazionali a seguito del referendum affermò che il referendum si fu svolto “in condizioni di aggressione armata” dall’Azerbaijan contro Artsakh.

Da notare che la popolazione azera del Nagorno Karabakh rifiutò di partecipare al referendum, anche se la commissione elettorale ebbe creato le condizioni necessarie per lo svolgimento del referendum in tutto il territorio della repubblica, compresi i loro insediamenti. In quegli anni gli azeri che vivevano in Artsakh costituivano circa il venti per cento della popolazione e non parteciparono al referendum su ordine di Baku.

Nel lontano 1991, in mezzo all’orrore e all’odio promosso dalle autorità azere, la popolazione del Nagorno Karabakh non esitò di dire sì all’indipendenza. Per trent’anni lunghi e pieni di incertezza il popolo di questa repubblica mai riconosciuta ha aspettato il suo turno di poter essere libero e indipendente. A trent’anni da questo referendum la comunità internazionale continua a rimanere impassibile e muta. Indifferenza che viene percepita come un insulto all’umanità, sentita particolarmente forte esattamente un anno fa, quando l’Azerbaijan ha scatenato la guerra attaccando l’intero territorio del Nagorno Karabakh. Le autorità azere non hanno risparmiato nulla: scene di violenza, crimini di guerra, impiego di armi vietate, atti di vandalismo. Il trattato di pace siglato il 9 novembre ha posto fine alla guerra di 44 giorni vinta dall’Azerbaijan in primis grazie al sostegno militare della Turchia e al coinvolgimento dei terroristi stranieri.

La guerra è finita ma non nei ricordi della popolazione armena. Ha avuto un impatto drammatico sul benessere fisico, sociale ed emotivo degli abitanti ma non gli ha tolto la speranza di un futuro più luminoso, quando finalmente sarà riconosciuto il loro innegabile diritto all’autodeterminazione. Quando si soffia via la polvere dell’indifferenza rimane sempre la speranza ed è possibile capirne la vera essenza soltanto quando si decide di agire.

*Docente di lingua italiana all’Università Brusov di Yerevan e all’Università Americana in Armenia, collabora per alcune testate armene e italiane

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