Trasferimenti, uccisioni, restrizioni: la settimana tipo di un copto in Egitto. È il titolo dell’articolo scritto da Patrick Zaki e pubblicato sul quotidiano online Daraj nel luglio del 2019 che potrebbe costargli una condanna fino a 5 anni di carcere. Un prezzo durissimo da pagare per lo studente del corso Erasmus all’Università di Bologna arrestato il 7 febbraio 2020 all’aeroporto del Cairo. Il suo dito puntato contro il governo egiziano reo, a suo parere, di non aver fatto abbastanza per proteggere la comunità copta cristiana, a cui appartiene la sua famiglia, dalle violenze, soprattutto dagli attacchi terroristici alle cattedrali di Tanta, Alessandria e della capitale negli anni precedenti. Domani, esattamente 22 mesi dopo essere stato fermato al rientro dall’Italia per una breve vacanza, Zaki ascolterà con ogni probabilità la sentenza senza appello (non impugnabile) emessa dalla Procura Suprema per la Sicurezza dello Stato (SSSP) nei suoi confronti.

Lo studente egiziano rischia una condanna in base agli articoli 80 (D) e 102 (bis) del codice penale egiziano. A differenza delle udienze precedenti, stavolta Zaki è stato trasferito dalla prigione di Tora dove è recluso a quella di Mansoura, sua città natale 130 chilometri a nord della capitale, già domenica, due giorni prima dell’udienzao. In passato i trasferimenti avvenivano poche ore prima dell’arrivo in tribunale. Non è ancora chiaro se la Corte consentirà l’accesso ai lavori dell’aula ai giornalisti e soprattutto agli osservatori in rappresentanza dell’Unione europea come accaduto in passato.

La prima sessione del processo si è tenuta lo scorso 14 settembre davanti al Tribunale per i reati della Sicurezza dello Stato di Emergenza di Mansoura II, quando la Corte ha deciso di riaggiornare il caso appunto a domani. Un tribunale straordinario, dunque, che da alcune settimane a questa parte ha smesso di essere operativo dopo la decisione del presidente Abdel Fattah al-Sisi di revocare lo stato di emergenza. Di conseguenza, a meno di una nuova marcia indietro, i processi verranno stabiliti e affrontati in base al rito ordinario, ma le cause rimaste pendenti, come quella di Zaki, rimarranno col rito originario.

L’entourage di Zaki non è troppo ottimista. Secondo l’amico e coordinatore della campagna ‘Patrick Libero’, Mohamed Hazem Abbas, la pressione sul regime esercitata dalle istituzioni internazionali è stata scarsa e insufficiente. C’è poco da stare allegri visto che, tra le altre cose, Patrick Zaki domani risponderà di uno dei due casi giudiziari che lo hanno portato in carcere il 7 febbraio del 2020. Fino a pochi mesi fa, con la sua detenzione rinnovata ogni 15 e poi 45 giorni, l’accusa nota era quella di ‘diffusione di notizie false allo scopo di minacciare lo Stato’, legata ad alcuni post pubblicati sul suo profilo Facebook nell’autunno del 2019, quando si trovava già in Italia per studiare.

I precedenti di altri detenuti per reati di coscienza non inducono certo all’ottimismo. In particolare il caso di Ahmed Samir Santawy, caso-fotocopia di Zaki, condannato a 4 anni di reclusione nel giugno scorso. Santawy è stato fermato e arrestato al Cairo il 1 febbraio 2020, il 6 è comparso davanti alla Procura per la Sicurezza e sentito per un’accusa di terrorismo. Il 22 maggio la Procura ha aperto un nuovo fascicolo a suo carico per ‘pubblicazione di false notizie’ attraverso dei post su Facebook.

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