Dall’inizio della corrente pandemia si è diffuso un gergo profano, pseudo-medico che crea confusione sulle definizioni di siero e vaccino. I vaccini correntemente in uso, secondo alcuni, sarebbero “sieri”. Mi rendo conto che precisare una questione terminologica è di minore rilievo rispetto al dato scientifico sull’efficacia dei vaccini; ciononostante la chiarezza espositiva è importante e evita fraintendimenti.

Un vaccino è un preparato che in qualche modo assomiglia ad un agente patogeno: un virus inattivato, un batterio ucciso, un componente del loro rivestimento esterno (l’antigene). Se noi ci iniettiamo un vaccino, il nostro sistema immunitario lo riconosce come estraneo e nello spazio di due-tre settimane produce anticorpi che lo neutralizzano e cellule specializzate (i linfociti T) che lo attaccano. Quando noi incontriamo l’agente patogeno il nostro sistema immunitario reagisce immediatamente o nello spazio di pochi giorni, anziché in quelle due-tre settimane che sarebbero necessarie per costruire la prima risposta immunitaria contro un antigene in precedenza sconosciuto. Dosare gli anticorpi circolanti misura una sola delle componenti dell’immunità acquisita.

Siero è un termine generico che definisce una componente del sangue. Se noi facciamo un prelievo di sangue utilizzando un anticoagulante che sottragga lo ione calcio, come ad esempio il citrato, e lo centrifughiamo, otteniamo sul fondo della provetta le cellule (soprattutto globuli rossi) e, sopra questi, un liquido giallastro: il plasma. Se separiamo il plasma dalle cellule e aggiungiamo ione calcio, provochiamo la coagulazione del fibrinogeno; il liquido rimasto è il siero. Il siero contiene tutte le proteine del plasma escluso il fibrinogeno; in particolare contiene gli anticorpi che noi abbiamo prodotto nei nostri ripetuti incontri con i diversi agenti patogeni e vaccini incontrati nella nostra vita.

Nel gergo dell’immunologia, però, per siero si intende un emoderivato particolare: se noi vacciniamo ripetutamente un cavallo con un antigene, ad esempio la tossina del tetano inattivata, o il veleno di vipera inattivato, il cavallo svilupperà gli anticorpi contro l’antigene: la sua immunità attiva. Il siero di quel cavallo, purificato come descritto sopra, conterrà gli anticorpi specifici contro i quali l’animale è stato immunizzato: sarà un “siero iperimmune” antitetanico o antiofidico a seconda del vaccino usato. Se una persona viene morsa da una vipera o contrae il tetano senza essere stato vaccinato, è possibile scongiurare il peggio trasfondendogli il siero di cavallo specificamente immune: realizziamo in questo modo una immunizzazione passiva. Il paziente non acquisisce in questo modo una immunizzazione attiva e una memoria immunitaria, e infatti di solito alla sieroterapia si associa la vaccinazione specifica. Inoltre le proteine del siero eterologo possono causare una immunizzazione e una reazione avversa, la “malattia da siero”. Oggi il siero di cavallo iperimmune non si usa più: si usano anticorpi monoclonali, anticorpi umanizzati, minibodies e altre preparazioni biotecnologiche, sempre derivate dagli anticorpi ma sicure rispetto al rischio della malattia da siero.

Quello che è certo è che:

1) i vaccini contro il Covid non sono sieri: sono vaccini, contengono l’antigene o qualcosa che produrrà l’antigene nel nostro organismo, ma non gli anticorpi prefabbricati;

2) i vaccini contro il Covid producono una immunizzazione attiva e non passiva e per un tempo più o meno lungo proteggono dalle forme severe della malattia anche se non evitano che il paziente possa contagiarsi;

3) la terapia con il plasma dei pazienti guariti o con gli anticorpi monoclonali si basa sul principio dell’immunizzazione passiva, cioè sulla sieroterapia, e guarisce nell’immediato ma non dà protezione contro la reinfezione (a meno che il paziente non abbia sviluppato la sua immunità attiva a seguito dell’infezione, ma non certo della sieroterapia).

Chiamare siero un vaccino nell’immaginario popolare sembra essere una denigrazione: “siero” sarebbe peggio che “vaccino” e paradossalmente chi declassa il vaccino a siero è poi spesso un fautore della sieroterapia della malattia con il plasma dei guariti.

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