Il movimento era sempre lo stesso. Pescava un mattone da un mucchio e lo sistemava dritto davanti a sé. Con una mano lo teneva fermo, mentre con l’altra iniziava a pulirlo. Via il cemento. Via la sporcizia. Via le incrostazioni. Fino a quando non tornava come nuovo. Allora lo accatastava delicatamente sopra gli altri e iniziava daccapo. Andava avanti così tutto il giorno. Ancora e ancora e ancora. Fino a quando le sue dita non venivano addentate dal dolore. Fino a quando la schiena non implorava di smettere. Ogni tanto faceva una pausa. Si asciugava il sudore. Guardava quella piccola pila che aveva innalzato. Provava a fare i conti. Perché doveva dar da mangiare ai suoi due bambini. E per ogni mattone pulito gli davano 20 centesimi. La fatica era diventata compagna di viaggio. Ma anche anestetico: gli permetteva di non pensare alla sua vita precedente, quella che si era conclusa in un fosso. Con la faccia in mezzo al fango e una lamiera accartocciata tutto intorno al suo corpo.

Perché a vent’anni Junior Messias era già stato tante cose. Anche un calciatore. Anzi, una promessa. A 17 anni era entrato nelle giovanili del Cruzeiro. Sembrava un punto di arrivo, invece era solo una tappa di passaggio. Il ragazzo inizia a giocare. Inizia a sognare. Ma non basta. Dopo tre anni gli indicano la porta. Non puoi stare qui, gli dicono. Lo spediscono nella terza serie del calcio brasiliano. Un purgatorio che rischia di risucchiarti per tutta la vita. Messias diventa il Gesù dei sobborghi cantato dai Green Day. La sua chiesa è un campo alopecico di periferia. Apparentemente senza possibilità di diventare centro. Ha un talento dispettoso. A volte è irritante. I suoi amici lo chiamano Mico, come una scimmietta tipica delle sue parti. Urlano quel soprannome dopo ogni gol, dopo ogni giocata. Perché il suo sinistro non fa altro che cercare il dribbling, il numero a effetto. Il destro invece spinge forte sull’acceleratore. Soprattutto in una notte buia come tante. Messias è alla guida di un catorcio: il volante va per conto suo, deve usare la forza dei bicipiti per tenerlo dritto, per non farlo imbizzarrire. Sta tornando dal matrimonio del fratello. Ha fatto il pieno di alcool. Ma non ha dormito. Troppa gioia. Troppa euforia.

È allora che sente di nuovo quel nome. “Mico, rallenta”, gli dice un suo amico. Messias fa finta di niente. Pigia ancora più forte sull’acceleratore, sente le gomme che si afflosciano contro la strada sterrata, ascolta il motore che rantola provando a correre più forte. Poi chiude gli occhi. Si addormenta. Solo per un secondo. Ma sembra un’eternità. La strada come pista di decollo, i campi come spazio d’atterraggio. Messias sente il suono delle lamiere che si contorcono contro il terreno freddo. Poi più niente. Solo un silenzio assordante. Solo una disperazione che lo avvolge fino a stritolarlo. Il ragazzo sembra impigliato in quella frase di Paul Celan: “Eravamo morti ma potevamo respirare”. È vero. Perché una parte di lui si spegne in quella macchina. Messias sente qualcuno che si sta adoperando per salvarlo. Sono uomini in carne e ossa. Ma pensa che in fondo sia stata un’opera di Dio in persona. Quando viene estratto da quell’abitacolo ha una sola idea in testa. Cambiare vita. Niente più alcool. Niente più feste. Niente più eccessi.

Anche il calcio diventa orpello, bene non primario. Qualche tempo dopo suo fratello lo convince a trasferirsi a Torino. Trova una casa a Barriera di Milano. È una zona proletaria, è una zona operaia. Culture diverse, stessa voglia di ritagliarsi un posto al sole, di lasciare una traccia del proprio passaggio. Messias ha appena 20 anni. Inizia a pulire i mattoni. Ma la sua opera di evangelizzazione sembra fallita. Il suo talento non riesce a convertire nessuno. Neanche in Serie D. È così giovane, ma è già così vecchio. Gli spiegano che è un “fuori lista”, che non hanno posto per lui. Il suo estro non sembra un dono, ma una maledizione. Messias ringrazia e torna ai suoi mattoni. Poi arriva una chiamata. Non è un provino, ma un colloquio. Anche se non c’è poi molta differenza. Oscar Arturo Vargas, un imprenditore peruviano, gli offre un posto nella sua ditta di trasporti: scarica frigoriferi e televisori nelle case degli altri. Carica il peso prima sulle ginocchia e poi sulla schiena. Ogni santo giorno. Messias è così stanco che quasi non riesce a santificare le feste. Anche perché non c’è più un pallone che rimbalza la domenica. Poi d’un tratto il suo datore di lavoro gli fa una proposta. Può giocare nello Sport Warique, la squadretta della comunità peruviana. È un palcoscenico minuscolo, quasi parrocchiale. Ma è anche un segno del destino. Il genietto proletario giocherà nei tornei UISP, ossia l’Unione Italiana Sport Per tutti, la cara vecchia organizzazione fondata nel 1948 da PSI e PCI per promuovere lo sport fra gli operai.

Improvvisamente tutto inizia ad averse senso. Quello di Messias non è fùtbol bailado. È qualcosa di simile al punk. È un grido di disperazione, un urlo di protesta. Nel 2015 arriva l’incontro che gli cambia la vita. Lo Sport Warique affronta una squadra di rifugiati. È una partita che parla più la lingua del cuore che quella della tecnica. O forse no. A vedere quella partita c’è anche Ezio Rossi, ex difensore con una parentesi al Torino e una lunga storia in provincia. Osserva Messias toccare il pallone. E resta affascinato. “Invasi il campo e gli dissi che uno come lui non poteva stare lì”, racconterà a Tuttosport. È la stessa frase che gli avevano detto al Cruzeiro. Ma stavolta ha tutto un alto significato. Rossi lo segala a un suo amico del Fossano. Ma c’è un problema. Gli offrono 700 euro al mese per giocare a pallone. Troppo poco. Perché per scaricare frigoriferi e televisori ne guadagna 1.200. Messias ringrazia, sorride, annuisce. È stata una bella illusione. Ma non poteva funzionare. Qualche mese dopo Rossi viene assunto dal Casale. E si ricorda di quel ragazzo brasiliano. Parla con i dirigenti e si fa staccare un assegno. Fanno 1.500 euro al mese. Per giocare a pallone.

Messias ci pensa su. È un rischio. Anche se alla fine si tratta solo di una declinazione diversa dell’idea di precariato. Così accetta. Il suo nuovo palcoscenico è l’Eccellenza. Non il massimo, ma comunque un passo in avanti. Il brasiliano gioca, segna, strega. In 32 partite gonfia il sacco 21 volte. Non ci sono più gli amici che lo chiamano Mico. E forse è meglio così. A fine anno il Casale viene promosso in Serie D. Messias ricomincia a predicare il suo verbo. E a fare proseliti. L’anno successivo si sposta a Chieri. Ma il risultato non cambia. Ancora gol. Ancora magie. Ancora applausi. La Pro Vercelli si interessa al ragazzo. Anzi, lo mette sotto contratto. Messias firma per tre anni. Si immagina con una maglia tutta nuova. Solo che il suo telefono inizia a squillare. Ci sono problemi con il suo passaporto. E non può più essere tesserato. Il brasiliano si ritrova disoccupato. Le sue speranze sono scoppiate come bolle di sapone. Inizia a cercare un’altra sistemazione. Solo, che come diceva Montale, “non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno in cui nulla accade”. Messias aspetta. Dopo un po’ si avanti il Gozzano. Di nuovo Serie D. Di nuovo gol. Stavolta il brasiliano trascina il piccolo club piemontese in Serie C. E poi l’anno successivo lo porta alla salvezza. Il brasiliano sembra aver trovato la sua dimensione.

Perché a 28 anni non è più tempo di sognare in grande. Almeno così pare. In tanti si interessano a lui. Poi alla fine la spunta il Crotone, in B. L’apprendistato sembra infinito. Per il primo gol deve aspettare cinque mesi. Vuol dire quasi un girone intero. Poi il 29 dicembre 2019 i calabresi affrontano il Trapani. Si gioca all’Ezio Scida. Il primo tempo è qualcosa di simile a una tortura. Poi un uomo in maglia rossoblù alza la testa e crossa dalla trequarti. Il pallone si arcua e pesca Messias. È a metà strada fra il portiere avversario e i difensori. Il brasiliano lo tocca di testa, fa un saltello, lo guarda entrare in porta proprio davanti allo striscione con scritto Curva Sud Crotone. È una liberazione. Messias inizia a correre. Ha gli indici che puntano al cielo e un sorriso quasi incredulo stampato sulle labbra. È il suo modo per ringraziare Dio, l’entità che lo ha salvato in quel groviglio di lamiere.

Sempre più tifosi cominciano a credere al suo personalissimo vangelo. Quel ragazzo brasiliano non farà miracoli, ma è comunque una certezza. Nella porzione restante di campionato segna altri 5 gol. E accompagna il Crotone in A. Alla fine il paradiso può avere le sembianze di una cittadina di 63mila abitanti. Junior segna e fa segnare. Ma non basta. I calabresi vengono risucchiati giù. Il problema dei sogni è che prima o poi c’è qualcuno che ti risveglia. Anche per questo Messias aveva voluto tenere i piedi per terra. I suoi profili social sono un inno alla semplicità. Niente lusso, niente vacanze da sogno, niente fuoriserie da mostrare. L’uomo che puliva i mattoni ha ancora lo sguardo da bambino. Posta foto del mare di Crotone, delle vacanze in pedalò nel Salento con i suoi bambini, del suo incontro con Dida. Il suo piccolo pezzo di paradiso è più che sufficiente. Solo che le strade del signore sono infinite. Nel vero senso della parola. Nell’ultimo giorno di calciomercato il Milan bussa alla porta del Crotone.

Sembra una barzelletta. Invece è tutto vero. “Sapete quando ho capito di essere diventato un calciatore vero? – ha scritto a Cronache di spogliatoio – Quando sono entrato nella sala riunioni per la seduta video prima dell’allenamento in vista della partita [del Crotone] contro il Milan. Iniziamo a studiarli e la mia mente comincia a realizzare. Vuoi per i successi, vuoi per i brasiliani, è la squadra che ho ammirato fin da piccolo. Cafu, Kaká, Serginho, Ronaldo, Ronaldinho. Hanno fatto la storia. Amavo Gattuso e Inzaghi, ma non ho avuto il coraggio di andare da loro quando li ho affrontati. Sono abituato a contenere le emozioni”. Stavolta non è così. Il ragazzo che sei anni fa giocava in un torneo dell’Uisp ora ascolta l’inno della Champions League. e segna all’esordio. Chi lo avrebbe mai detto. Messias al Diavolo. Sembra una blasfemia, invece è una storia bellissima.

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