E riforma fu, almeno sulla carta. Il Parlamento europeo approva in via definitiva una Politica agricola comune slegata dal Green Deal per volere della maggior parte degli Stati membri e che su questa base impegnerà il 32% del bilancio comunitario con 386 miliardi di euro (38 destinati all’Italia) dal 2023 al 2027. Dopo tre anni di complessa negoziazione e l’accordo politico al ribasso raggiunto a giugno 2021 tra Commissione, Europarlamento e Consiglio, l’approvazione in plenaria dà l’ufficialità alla strada seguita dall’Europa. A eccezioni di pochi e troppo timidi passi in avanti, come la condizionalità sociale (per ora volontaria) con cui si dovrebbero negare i sussidi a chi sfrutta i lavoratori, è la conferma dello status quo. Ossia l’80% dei sussidi che va al 20% delle aziende agricole più grandi, mentre le piccole fattorie con la tanto decantata produzione varia e diversificata non hanno accesso ai finanziamenti e stanno scomparendo. Di contro, si sostengono le monocolture e gli allevamenti intensivi, dimenticando che il metano e il protossido di azoto emessi dall’agricoltura industriale sono gas serra più potenti dell’anidride carbonica. Potrebbero fare la differenza i Piani strategici nazionali che gli Stati membri dovranno presentare alla Commissione Ue entro la fine del 2021, ma anche su questo fronte i segnali non sono positivi.

Il voto in plenaria e le reazioni Tre i regolamenti approvati (con i socialisti che si spaccano sul voto): quello sui Piani Strategici Nazionali, che riunisce i pilastri storici su ‘pagamenti diretti’ e ‘sviluppo rurale’ e a cui si aggiunge ora la ‘condizionalità sociale’, è passato con 452 voti favorevoli, 178 contrari e 57 astensioni; quello sull’Organizzazione comune dei mercati con 487 voti favorevoli, 130 contrari e 71 astensioni; il Regolamento orizzontale su finanziamento, gestione e monitoraggio della Pac, con con 485 voti favorevoli, 142 contrari e 61 astensioni. Sul voto finale tutti gli italiani hanno votato a favore, tranne i Verdi, mentre altri quattro europarlamentari (Laura Ferrara del M5S e Pietro Bartolo, Pierfrancesco Majorino e Massimiliano Smeriglio del Pd) si sono astenuti. Se il commissario Ue all’agricoltura, Janusz Wojciechowski, ha sostenuto “il compromesso raggiunto”, definendolo “un esito buono ed equilibrato, che permetterà alla Pac di svolgere il ruolo che le spetta verso un’agricoltura più sostenibile”, per il copresidente del gruppo dei Verdi nel Parlamento, Philippe Lamberts, questa Pac “non ha niente di verde”. Per l’eurodeputata Eleonora Evi, co-portavoce nazionale di Europa Verde, “Pd, 5Stelle, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia si sono resi complici della più vergognosa delle politiche di greenwashing, dando una mano di verde allo status quo e posticipando al 2027 qualsiasi speranza di avviare la transizione ecologica del settore agricolo”. Per l’ex ministro Paolo De Castro (Pd) invece “ne è valsa la pena” sostenere tre anni di negoziati. Soddisfatta anche la Lega, mentre l’europarlamentare M5s Dino Giarrusso spiega: “Non siamo soddisfatti dei troppi compromessi al ribasso: avremmo voluto un cambiamento immediato e più netto. Ma tenerci la vecchia Pac sarebbe stato un suicidio per agricoltori e consumatori europei”.

Sovvenzioni in base agli ettari e condizionalità sociale (per ora volontaria) Di fatto, anche la nuova Pac sarà soprattutto basata sulla logica delle sovvenzioni erogate in base agli ettari di produzione. Per quanto riguarda il primo pilastro (i pagamenti diretti), almeno il 60% delle risorse andranno a pagamenti settoriali e misure di sostegno al reddito che non rispondono a criteri ambientali. Quindi alle grandi aziende e all’agricoltura intensiva. Non è stato introdotto, come chiedeva il Parlamento Ue, il capping obbligatorio, un tetto massimo ai fondi per le aziende di maggiori dimensioni, anche se è previsto che gli Stati membri redistribuiscano il 10% del budget dedicato a pagamenti diretti tra le aziende più piccole. Una novità, con deroga però: gli Stati possono dimostrare di aver soddisfatto i bisogni redistributivi attraverso altre misure. Si mettono in campo misure per assicurare che i fondi non vadano alle aziende che violano i diritti dei lavoratori e, quindi, anche al caporalato, ma dal 2023 al 2025 l’applicazione della ‘condizionalità sociale’ sarà solo volontaria. E che si vada verso l’obbligo non è cosa certa: la Commissione Ue dovrà monitorare l’impatto della misura nei vari Paesi, per apportare eventuali correttivi.

Eco-schemi (troppo flessibili) e allevamenti intensivi Sull’altro fronte ci sono gli eco-schemi, i finanziamenti per gli agricoltori che presentano progetti legati a pratiche rispettose dell’ambiente e per i quali il Parlamento chiedeva il 30% del primo pilastro (circa 58 miliardi di euro in 5 anni). Il Consiglio partiva da una quota inferiore al 20% (quasi 39 miliardi). Alla fine, agli eco-sistemi andrà il 25% delle dotazioni nazionali per i pagamenti diretti (49 miliardi), con diverse flessibilità. Dal tetto al 20% tra il 2023 e il 2024, alla possibilità per gli Stati di restare anche al di sotto del 20%, se compensano con maggiori interventi in favore di clima e ambiente nel secondo pilastro. Un freno all’ambizione, dato che oggi la quota di investimenti green nello ‘Sviluppo rurale’ è fissata al 35% del FEARS (travasi compresi), inferiore persino alla media dei Paesi Ue (al 43%). Ma l’impianto degli eco-sistemi potrebbe persino significare nuove risorse agli allevamenti intensivi. Sostenuti durante tutto il percorso della Pac (sono stati sempre fermati i tentativi di tagliare i finanziamenti ad essi destinati e di limitare densità e numero di animali ammassati nelle aziende) potrebbero accedere ai finanziamenti anche attraverso presunti interventi di miglioramento del benessere animale. A giugno 2021, d’altronde, la Corte dei Conti ha pubblicato una relazione secondo cui i circa 100 miliardi di euro di fondi destinati all’azione per il clima nella Pac 2014-2020 (oltre un quarto delle risorse, ndr) non hanno avuto impatti sulle emissioni di gas serra prodotti dall’agricoltura, che non diminuiscono dal 2010. Metà di queste emissioni arrivano dagli allevamenti del bestiame.

Il programma di sussidi della Pac non si lega al Green Deal Una delle sconfitte del testo della nuova Pac è quella di non legare il programma di sussidi della Pac al Green Deal, il piano europeo per la riduzione delle emissioni di cui fa parte anche la strategia Farm to Fork. E non è una cosa di poco conto. Perché la Farm to Fork non è una legge e non è vincolante. Ma ha obiettivi chiari, come la riduzione dei pesticidi e l’aumento della percentuale dei terreni coltivati con il metodo biologico al 2030. Legarla alla Pac, inserendo nel testo della Politica agricola comune dei riferimenti giuridici e gli stessi obiettivi della Farm to Fork, avrebbe dato alla strategia Ue maggiore valore legale, offerto più garanzie sul fatto che i finanziamenti al settore agricolo vadano fino al 2027 nella direzione giusta e, di conseguenza, più probabilità di realizzare gli obiettivi. La Francia ha fatto molte pressioni, ma in realtà la stragrande maggioranza dei Paesi europei si è mostrata contraria all’inserimento di questi riferimenti giuridici.

I piani strategici nazionali, quali obblighi Nel testo approvato oggi c’è, invece, un ‘considerando’ (che, dunque, non fa parte degli articoli ed ha un valore giuridico pressappoco nullo), nel quale si precisa che la Commissione Ue dovrà valutare i Piani strategici nazionali alla luce degli impegni e degli obiettivi del Grean Deal, ma non c’è alcun obbligo per gli Stati di specificare come i loro piani contribuiranno al Green Deal. C’è, dunque, da chiedersi che margini di manovra avrà la Commissione se un piano strategico non è in linea con il suo programma. D’altro canto, anche in un precedente Consiglio Agrifish, con i ministri dell’Agricoltura dell’Ue, gli Stati avevano spiegato che non avrebbero tollerato nessuna ingerenza della Commissione Ue. Nel frattempo, in Italia, nell’ultima riunione del Tavolo di partenariato presieduto dal ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli e che si è tenuta alla vigilia dell’approvazione della Pac, si è discusso del documento delle priorità del Piano strategico nazionale. “Non siamo più neanche di fronte ad un tentativo di greenwashing, ma di un vero e proprio patto per l’agricoltura industriale, che relega a contorno gli impegni per l’ambiente e il lavoro”, hanno dichiarato le associazioni della coalizione italiana #CambiamoAgricoltura, che giudicano il documento “centrato sulla sostenibilità economica del sistema agroalimentare, sottovalutando gli aspetti della sostenibilità ambientale e sociale”. Tra le ragioni di scontento, il fatto che la strategia del Psn non indica chiari obiettivi al 2027 per l’aumento delle superfici in agricoltura biologica, per la riduzione di pesticidi e fertilizzanti e per il restauro degli agroecosistemi.

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