Nell’ultima corposa infornata di nomine Rai che spaccano i partiti e mandano in fibrillazione le già instabili alleanze, il nome di Alessandra De Stefano si distingue da tutti gli altri: non tanto perché è la prima donna al vertice di Rai Sport (per altro è una che va dritta al punto e non nasconde di essere allergica alle quote rose: “Sono l’azzeramento del talento individuale”, ha spiegato a FqMagazine in una lunga intervista concessa quest’estate), ma perché finora nessuno è riuscito ad appiccicargli con certezza un’etichetta politica. Mentre il direttore uscente Auro Bulbarelli era considerato in quota Lega, la De Stefano piace in maniera trasversale un po’ a tutti (compresa la consigliere Rai Simona Agnes) ma non si fa notare per particolari aderenze partitiche.

Di certo c’è che l’ad Carlo Fuortes ha voluto scommettere su di lei anche per farne uno dei simboli del nuovo corso che intende imprimere alla Rai. Premiare il merito e spingere sulle risorse interne. Mentre sugli altri nomi, dalla Maggioni in giù infuria la polemica, sulla De Stefano gli apprezzamenti sono unanimi. Le frecciate al vetriolo, se ci saranno, arriveranno in un secondo momento. Del resto, in ventinove anni di Rai la giornalista si è distinta più per lo stakanovismo che per le polemiche e in molti ricordano ancora la battaglia ingaggiata dalla Fnsi per supportare la sua richiesta di ricongiungimento familiare (è sposata da oltre vent’anni con il giornalista francese de L’Equipe, Philippe Brunel). “Non ne fa una questione di soldi ed è disposta a rinunciare alla carriera pur di vivere con la propria famiglia”, scriveva la Federazione nazionale della stampa in una nota del 2006, in cui chiedeva alla Rai di risolvere immediatamente la sua situazione. Per la cronaca, il ricongiungimento non è mai arrivato e la De Stefano da vent’anni continua a fare la pendolare tra Roma e Parigi. Eppure, il curriculum e le esperienze erano dalla sua parte. Parla quattro lingue, è inviata speciale dal 2000, ha seguito cinque Olimpiadi, una Coppa America in Nuova Zelanda, quarantacinque grandi giri ciclistici tra cui ventitré Giri d’Italia, diciotto Tour de France e tre Vuelta. Per questo è ormai da tempo (e per tutti) “la signora del ciclismo“, soprannome che si è guadagnata sul campo (ha scritto anche un libro Giulia e Fausto, sulla storia tra Giulia Occhini e Fausto Coppi, edito da Rizzoli). “Papà fu prigioniero nelle Ardenne e amava molto Eddy Merckx: devo a lui la passione per il ciclismo. È lo sport che mi ha formato, è l’ambiente dove mi sono costruita professionalmente e dove mi sono innamorata della diretta, della strada, del rumore di fondo e delle storie laterali”, ha spiegato a FqMagazine.

Nata a Napoli il 17 marzo del 1966, Alessandra De Stefano ha 55 anni, sei sorelle e un fratello, è giornalista professionista dal ’95, vinse una borsa di studio per frequentare la Columbia University di New York, ma rinunciò per stare vicina alla madre, che per lungo tempo ha sofferto di depressione. “Il giorno in cui ho fatto il mio primo servizio per la Rai, mamma è morta”, rivelò proprio a FqMagazine. Membro della redazione di Rai Sport dal ’92, dove è cresciuta professionalmente un gradino alla volta, deve la sua svolta professionale all’intuizione di Claudio Ferretti, geniale giornalista con cui lavorava in un’indimenticabile trasmissione del mezzogiorno di Rai3, TeleSogni: “Fu lui a volermi al Processo alla tappa chiedendomi di seguire sempre Pantani. Grazie a Claudio ho imparato a cercare una chiave nel racconto, a trovare una visione e una storia”, racconta. Molto anni dopo, nel 2010, fu la prima donna a condurre Il processo alla tappa, che lasciò nel 2019 dopo la nomina a vicedirettrice di Rai Sport, per poi rientrare l’anno successivo. Ma a sdoganarla al grande pubblico è stato Il circolo degli anelli, il format da lei ideato per commentare in maniera insolita – tendenza bar sport – le Olimpiadi di Tokyo 2020, andato in onda la scorsa estate in prima serata di Rai2. Nato come il classico programma di commento alle imprese olimpiche, in poche settimane si è imposto come vero e proprio cult televisivo – complice in particolare l’alchimia televisiva nata tra la De Stefano, Sara Simeoni e Juri Chechi -, passando al 4 al 15% di share. Così la popolarità le è letteralmente esplosa tra le mani. “Ma la visibilità non m’interessa. M’interessano i risultati, la sostanza più che la forma. Per questo detesto il cliché della donna scosciata che commenta lo sport. È l’antitesi di ciò che sono io, che vado in video con le unghie sbeccate e le mani piene di appunti. Certo, mi sistemo perché so che devo entrare nelle case della gente ma so che il pubblico è molto intelligente e smaschera la finzione. Io non fingo, sono ciò che sono e la popolarità la temo perché impone un ritmo che non m’interessa. Io non voglio essere altro da me, non mi piace il protagonismo a tutti i costi”, precisava proprio a FqMagazine.

Più che la visibilità, preferisce il lavoro di squadra per trovare un modo nuovo di raccontare lo sport. Con ironia e ritmo. E proprio l’importanza del ritmo in tv è uno dei più grandi insegnamenti che le ha lasciato Raffaella Carrà, di cui è stata molto amica negli ultimi quattro anni. “Ci siamo conosciute al supermercato. “Questa voce la conosco”, mi ha detto. Mi sono girata ed era lei. Incredibile. Mi seguiva perché adorava il ciclismo e lo sport in generale, era tifosissima di Filippo Ganna. È nata un’amicizia speciale, ho scoperto una donna generosa e coraggiosa. Mi manca molto. Raffaella era la più grande di tutti, il faro e mi spiace non aver potuto lavorare con lei. Ogni tanto mi ascolto i suoi vocali e penso che ci sia il suo zampino dietro quello che mi sta accadendo”. Chi conosce la De Stefano dice che il carattere e il piglio per dirigere un settore così strategico per la Rai, non le manchino. Per questo, appena ha avuto la certezza della nomina (arrivata a cose praticamente fatte visto che Fuortes non ha incontrato preliminarmente i neo direttori) si è subito messa a studiare i punti cardine su cui lavorare per il rilancio della testata – “a Rai Sport ci sono tanti colleghi bravissimi che potrebbero lavorare in condizioni migliori ma siamo una testata giornalistica con mezzi ridotti rispetto ai competitor”, spiegava mesi fa -, cominciando ad affrontare i dossier caldi sulla sua scrivania. Il suo sogno, quello di “fare un programma piccolo e artigianale, ma come piace a me, scegliendomi le persone con cui lavorare e potendo fare gruppo”, per ora resta congelato. Dovrà accontentarsi dello speciale natalizio de Il circolo degli anelli (già in palinsesto da mesi), poi in futuro chissà. Di certo non è una che ha paura delle grandi scalate.

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