La Francia mette sotto controllo i magnati dell’informazione. Mentre in Italia, con l’avallo delle autorità di vigilanza, proseguono le fusioni e le aggregazioni nell’editoria , Oltralpe sta entrando nella fase operativa una commissione d’inchiesta sulla concentrazione nei media. Diventa realtà il progetto depositato a fine ottobre dal gruppo Socialisti, Repubblicani ed Ecologisti (Ser) per “mettere in luce il processo che permette e potrebbe portare ad una concentrazione dei media in Francia e valutare l’impatto di questa concentrazione sulla democrazia”. In pratica, la neonata commissione sarà un organismo di controllo permanente sui media con il potere di richiedere audizioni dei protagonisti industriali del settore. Miliardari che saranno obbligati a rispondere alle domande dei parlamentari sapendo che le testimonianze menzognere davanti ai rappresentanti del popolo sono punite dalla legge.

La senatrice socialista Sylvie Robert ha spiegato che “gli attori principali che sono al primo rango della questione” dovranno rendere conto di ciò che sta avvenendo. Per il senatore SER, Jean-Pierre Sueur, l’istituzione della commissione è un passaggio fondamentale: “quando ero un giovane deputato, negli anni ’80, abbiamo votato diverse leggi per evitare la mainmise (dominio, ndr) dei grandi gruppi sui media e prevenire fenomeni di concentrazione eccessiva del settore. Purtroppo, quarant’anni più tardi, bisogna rimettersi all’opera su questo tema”.

Per riallacciare le fila del discorso, il presidente del gruppo socialista, Patrick Kanner, ha immediatamente proposto di programmare l’audizione del miliardario bretone Vincent Bolloré, cui fa capo il gruppo Vivendi, socio in Italia sia di Telecom che di Mediaset, oltre che di Mediobanca. Ma non solo lui, naturalmente. Soprattutto perché il risiko dei media d’Oltralpe è in pieno divenire. Di recente proprio Bolloré é riuscito a conquistare il controllo del gruppo Lagardère , cui fanno capo la casa editrice Hachette, il network radiofonico Europe 1, il giornale Paris Match e la rete di edicole Relay.

Con questa mossa l’industriale, che nel 2016 tentò anche la scalata a Mediaset , ha così arricchito il suo impero già estremamente vasto. Vivendi, che in Borsa vale più di 12 miliardi di euro, è infatti proprietaria della compagnia di advertising Havas e del gruppo televisivo Canal+, cui fa capo anche la tv Canal News (Cnews, ex I Tele) che ospitava il giornalista Eric Zemmour, possibile candidato alle prossime elezioni presidenziali dell’aprile 2022. Personaggio molto discusso in Francia per le sue posizioni estreme sull’immigrazione e attualmente sotto processo in Francia per alcune dichiarazioni rese in un talk show sui migranti minorenni isolati indicati come “ladri, assassini e stupratori”.

Ma non è solo Bolloré a preoccupare la sinistra francese. “La stampa quotidiana regionale è ormai solo nelle mani di cinque o sei attori” spiegano i senatori socialisti nel documento che ha proposto l’istituzione della commissione. Per non parlare del fatto che c’è grande fermento per il progetto di fusione fra la prima tv commerciale del Paese, TF1, e la rivale M6. I riflettori sono inoltre accesi anche sul ruolo che ricopre nei media d’Oltralpe il miliardario Philippe Drahi, proprietario di Libération e l’Express, oltre che del più importante gruppo di informazione economica finanziaria BFMTV.

C’è insomma materia di cui discutere. Anche perché, in Francia, nove miliardari controllano tutti i maggiori media del paese. Chi sono esattamente? L’imprenditore delle costruzioni, Martin Bouygues, il fondatore della compagnia telefonica Iliad, Xavier Niel, gli industriali della difesa, Dassault, i miliardari del lusso, Bernard Arnault e François Pinault (rispettivamente proprietari di Lvmh e Kering), l’ex banchiere Matthieu Pigasse, il creatore della multinazionale delle telecomunicazioni, Altice, Patrick Drahi. E naturalmente Vincent Bolloré, oltre che la famiglia Lagardère, sia pure più defilata rispetto al passato.

Quella dei miliardari francesi che investono in media è una storia antica, che periodicamente ritorna. “Gli industriali francesi hanno sempre considerato la stampa e oggi i media come uno strumento di potere – ha spiegato Christian Delporte, storico dei media, dell’immagine ed esperto di comunicazione politica in un intervista concessa a fine giugno al giornale La Croix – Non comprano per investire e sviluppare media forti, ma per ricercare influenza politica ed economica. Conoscete Vincent Bolloré che non fa altro che comprare media? Nel XIX secolo il giornale Le Matin era stato acquistato dall’industriale del mattone Maurice Bunau-Varilla. Esercitava una grande influenza politica con i suoi titoli con una linea editoriale che evolveva in funzione di interessi personali e che si orientarono verso il nazionalismo fra le due guerre mondiali”. Ma ora il gioco è diventato più complesso.

Con l’arrivo sul mercato degli “Over the top” statunitensi come Facebook o Google, oltre allo sbarco in forze di Netflix, parte del mercato pubblicitario si è spostato sui social. Così l’industria dei media tradizionali ha perso colpi entrando in una grande crisi che ha messo le basi per lo shopping a buon mercato come sa bene Bolloré che, in diciotto anni, ha sfruttato questa finestra per costruire dal nulla il più grande impero media del Vecchio Continente.

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