Lega e Fratelli d’Italia, Italia viva, Coraggio Italia, Noi con l’Italia e persino le minoranze linguistiche. Ma anche una parte di Forza Italia e pure del Pd. È una grande ammucchiata bipartisan quella che si è unita per “salvare” Confindustria e sindacati dal disegno di legge sulla regolamentazione del lobbismo, in discussione in Commissione Affari costituzionali alla Camera. A denunciarlo è The Good Lobby, l’ong che da anni si batte per una disciplina moderna dei rapporti tra politica e portatori d’interessi, in linea con quella esistente in numerosi stati esteri: “Diversi gruppi parlamentari hanno presentato emendamenti che escluderebbero le associazioni imprenditoriali e le principali sigle sindacali dagli obblighi di trasparenza e rendicontazione previsti per chiunque interagisca con i decisori pubblici a livello locale, regionale e nazionale”, fa sapere l’organizzazione. “Questo trattamento di favore non trova riscontro né in Europa né in altri Paesi europei già dotati di leggi che rendono più trasparente e inclusiva l’attività di lobbying: sindacati e associazioni di categoria, concorrendo a influenzare le decisioni pubbliche, devono essere trasparenti tanto quanto le aziende, le ong, le società di consulenza e gli studi legali”.

La modifica “jolly” per industrie e sindacati – I tre emendamenti, molto simili tra loro, portano le firme di deputati di destra, di centro e di un pezzo di centrosinistra: i gruppi compatti di Lega, Fratelli d’Italia, Italia viva e minoranze linguistiche, due componenti su sette del Pd (Fausto Raciti e Matteo Mauri) e due su cinque di Forza Italia (Annagrazia Calabria e Lorena Milanato). Contrari gli esponenti del Movimento 5 Stelle. Lo scopo è modificare il comma 2 dell’articolo 3, che elenca i soggetti ai quali “non si applicano” le disposizioni previste per chi intende svolgere “attività di relazioni istituzionali per la rappresentanza di interesse“: tra le altre, gli obblighi di iscriversi a un registro pubblico e di aggiornare quotidianamente la propria agenda degli incontri con i decisori politici, mettendo a disposizione una sintesi del contenuto. Al momento tra le categorie escluse ci sono giornalisti, comunicatori e funzionari pubblici (“per i rapporti attinenti all’esercizio della loro professione”), rappresentanti politici e anche (al comma 2) “esponenti di organizzazioni sindacali o imprenditoriali”, ma soltanto “nell’ambito dei processi decisionali connessi alla contrattazione” collettiva per le diverse categorie di lavoratori. Gli emendamenti invece vorrebbero eliminare quest’ultima precisazione, regalando a industriali e sindacalisti – in virtù del loro status – il lasciapassare per fare lobbying su qualsiasi argomento in modo sregolato, senza osservare le norme imposte agli altri rappresentanti di interessi.

Trasparenti a Bruxelles, opachi a Roma – Un tentativo di blitz che non piace a chi mastica la materia. “Sia i sindacati che Confindustria, quando non svolgono l’attività di contrattazione collettiva che è loro affidata dalla Costituzione, devono essere considerati alla stregua di tutti gli altri attori delle relazioni istituzionali”, dice al fattoquotidiano.it il presidente di The Good Lobby Federico Anghelé. “Ne è una conferma il fatto che le stesse associazioni imprenditoriali e i principali sindacati italiani sono regolarmente iscritti al Registro della trasparenza delle istituzioni europee, attraverso il quale possono chiedere incontri agli europarlamentari e agli alti dirigenti della Commissione”. Il che consente ai cittadini di sorvegliare la loro attività di lobbying a Bruxelles, mentre quella svolta a Roma rimane opaca. “Ad esempio – racconta Anghelè – in Europa Confindustria ha all’attivo ben 77 incontri con i Commissari o alti dirigenti responsabili di vari dossier ed europarlamentari, spendendo quasi un milione di euro in attività di lobbying, il doppio dei cugini francesi del Mouvement des Entreprises de France, che dichiarano 500mila euro con 28 incontri registrati). La Cisl ha invece dichiarato di spendere 400mila euro in attività di lobbying a Bruxelles con tre soli incontri con le istituzioni europee”.

I contenuti del disegno di legge – Il ddl in discussione alla Camera è il frutto della riunione di tre proposte diverse, depositate negli anni scorsi rispettivamente da Silvia Fregolent, Marianna Madia (già ministra della Pubblica amministrazione nei governi Renzi e Gentiloni) e dal 5 stelle Francesco Silvestri. Si propone di “garantire la trasparenza dei processi decisionali” e “assicurare la conoscibilità dell’attività dei soggetti che li influenzano”, istituendo – come accennato – un Registro digitale per la trasparenza dell’attività di relazione per la rappresentanza di interessi, da tenersi presso l’Agcom (Autorità garante della concorrenza e del mercato), consultabile dal pubblico in via telematica. I lobbisti dovranno iscriversi dichiarando il soggetto per cui lavorano e “le risorse umane ed economiche” di cui dispongono per lo svolgimento della propria attività. Soprattutto, dovranno aggiornare ogni giorno “l’elenco degli incontri svolti nel giorno precedente, con l’indicazione del decisore pubblico incontrato, del luogo in cui si è svolto l’incontro e dell’argomento trattato“, fornendo “una sintesi degli argomenti trattati e del contenuto”. Inoltre, il testo vieta ai lobbisti di “corrispondere, a titolo di liberalità, alcuna somma di denaro o altre utilità economicamente rilevanti a rappresentanti del Governo né ai partiti, movimenti e gruppi politici e a loro esponenti o a intermediari”.

The Good Lobby: “Favore ai pochi a discapito dei molti” – Se gli emendamenti salva-Confindustria passassero, avverte quindi Anghelé, “ci troveremmo di fronte al paradosso di sapere su quali temi questi importanti soggetti influenzano le politiche pubbliche europee e, al contrario, di essere totalmente all’oscuro sui dossier italiani sui quali sono chiamati a confrontarsi con le istituzioni nazionali e locali”. Qualche esempio: “Confindustria in Europa si è occupata di tassazione, concorrenza, ambiente, cultura, diritti dei consumatori; la Cisl di commercio, azione climatica, pesca, sicurezza alimentare. Siamo proprio sicuri che in Italia potremmo mettere da parte la trasparenza su dossier così cruciali, che riguardano la vita di ciascuno di noi?”. Gli industriali e i sindacati, peraltro – ricorda – “hanno già pieno accesso alle istituzioni e dispongono della linea diretta per poter influenzare le decisioni pubbliche. Molte altre categorie non hanno questa fortuna e rimangono fuori dai tavoli decisionali. Se passasse questo emendamento, associazioni imprenditoriali come Confindustria potrebbero agire liberamente fuori da ogni regola, mentre tutti gli altri avrebbero l’obbligo di lavorare, giustamente, in piena trasparenza. Ci sembra evidente che ciò andrebbe a creare uno squilibrio nelle opportunità di accesso al processo decisionale pubblico favorendo i pochi a discapito dei molti“.

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