Un auto percorre veloce una strada tortuosa in mezzo alla nebbia. Poche curve e l’auto finisce rovinosamente oltre il guardrail giù per un burrone. Si apre così A white white day, diretto dall’islandese Hlynur Palmason, in uscita nelle sale italiane con il piccolissimo distributore Trent Film. Una manciata di campi lunghi con camera car per mostrare una muta tragedia. Poi ecco subito una trentina di inquadrature fisse sulla stessa casa colta in diversi momenti dell’anno, lentamente smontata e pronta per essere ristrutturata. Altro stacco e si accende una luce all’interno della casa in ricostruzione. Ingimundur (Ingvar Sigurosson) è lì a spiegare alla nipotina quali stanze diventeranno questi cantieri fatti di assi di legno e cellophane. Una combustione narrativa a fuoco lentissimo, una circumnavigazione del cuore del racconto che si dilata ulteriormente fino a quando un vis a vis con uno scontato psicologo fa comprendere che il cinquantenne, grosso e barbuto capo della polizia Ingimundur, è momentaneamente in congedo proprio per via della morte di quella moglie finita fuori strada.

Il dolore non spurga, non fuoriesce, anzi si comprime, si restringe, si accartoccia ulteriormente quando l’uomo scopre per caso dentro uno scatolone con i ricordi dell’amata delle foto e degli appunti che possono addurre alla presenza nel recente passato di un’amante. A white white day aggiunge così alle tonalità sospese del dramma, quelle più tese e vibranti del thriller. Perché il protagonista ha deciso che dovrà farla pagare all’amante della moglie, pure suo compagno di calcetto (immaginate proprio quei campi da guinness in riva al mare e senza reti protettive). Un’ora abbondante di tessitura degli accadimenti tra dubbi e certezze, e poi all’improvviso la deflagrazione, che non raccontiamo, tutta scalettata in diversi sottofinali, quasi che il film potesse finire, fermarsi, adagiarsi in tante minute anse del fiume lavico della rabbia di Ingimundur.

Non aspettatevi insomma il solito mieloso, patetico film sull’elaborazione del lutto (in Italia ne produciamo identici a decine), bensì un caso psicologico analitico in cui amore e odio si toccano e si intersecano talmente da non distinguere più cosa è l’uno e cosa è l’altro. Non aspettatevi, inoltre, una cavalcata delle valchirie fatta di carrellate e movimenti intrusivi di macchina, perché la regia di Palmason è quanto di più idiosincratico rispetto alla dinamicità dello sguardo. Piuttosto nella fissità dei campi di scene articolate (si veda l’aggressione del protagonista ai colleghi poliziotti) che si svolgono a figura intera senza il benché minimo cenno di avvicinamento/allontanamento dell’obiettivo, si intuisce la costruzione e la volontà di un cinema ieratico (ascoltate come stridono gli archi finemente didascalici di Edmund Finnis) senza padrini o riferimenti (chissà forse in quel metro morettiano che la bimba accorcia inopinatamente tra il nonno e l’amico del nonno) immerso in un’atmosfera climatico ambientale che senza troppi trucchi artigianali (nebbie, piogge, gelo) funge da naturalistico mistero. Il film ha vinto il Torino Film Festival 2019.

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