Con l’approvazione dalla tagliola che ha affossato il ddl Zan, in Senato i nostri rappresentanti si sono dimenticati della disciplina e dell’onore che dovrebbero essere la bussola delle scelte e dei comportamenti. Sulla carta i numeri al Senato erano 146 No (Pd, M5S, Iv, altri) e 141 Sì (Lega, Fi, FdI, altri), ma essendo finita con 131 No e 154 Sì significa che sono mancati circa 15 voti al centrosinistra. I numeri sulla proposta di legge hanno dimostrato che il voto segreto serva a tirare delle trappole, nonostante l’oggetto del dibattito riguardi i diritti.

In questo modo il gesto di Italia Viva e della destra ha mortificato le speranze di chi crede che la politica possa incidere sulle tematiche che toccano la coscienza di ognuno. È indubbio che lo spettacolo pietoso che è andato in scena in un’aula parlamentare sarà oggetto di valutazione da parte degli elettori al momento del voto. Ma il dato che sfugge e preoccupa è lo scarto tra la maggioranza dei cittadini che attendeva l’approvazione del ddl Zan e le alchimie in Senato.

Il meccanismo del voto segreto e dei franchi tiratori è vecchio quanto le assemblee legislative, essendo un escamotage per provocare incidenti attribuibili alla dialettica parlamentare. Un conto è farne uso per far emergere le contraddizioni nella maggioranza politica, come accadeva nel corso della Prima Repubblica, un altro è servirsene per cementare alleanze ibride che nascondono beceri calcoli politici. Il tema del voto segreto è complesso e, a riguardo, vengono in soccorso le parole dell’On. Moro in Assemblea Costituente, con le quali motivò l’emendamento che sopprimeva dall’art. 69 del progetto di Costituzione (art. 72 della Costituzione) il richiamo allo scrutinio segreto in votazione finale.

Aldo Moro riteneva fosse ripugnante richiamare in Costituzione questo sistema particolare di votazione, in merito al quale precisò due questioni, che sono valide ancora oggi per comprendere l’affossamento del ddl Zan: “ […] da un lato tende a incoraggiare i deputati meno vigorosi nell’affermazione delle loro idee e dall’altro tende a sottrarre i deputati alla necessaria assunzione di responsabilità di fronte al corpo elettorale per quanto hanno sostenuto e deciso nell’esercizio del loro mandato” (Atti dell’Assemblea Costituente, seduta del 14 ottobre 1947).

L’argomento che Moro portò a sostegno della propria tesi va contestualizzato, tenendo conto della statura che caratterizzava le classi dirigenti che sedevano in Parlamento. Nel quale l’opposizione dava vita ad un lavoro politico di condizionamento della maggioranza a partire dai temi che caratterizzavano l’impianto ideologico del partito di appartenenza: il Parlamento era innanzitutto il luogo della dialettica e della rappresentanza. L’attuale Assemblea, invece, riproduce la contrapposizione muscolare e l’esultanza sguaiata che richiederebbero trasparenza e decenza nei comportamenti, in mancanza di tesi politiche.

Se è possibile trarre una lezione dall’intera vicenda, è di avere gli occhi ben aperti nel corso degli scrutini per l’elezione del Presidente della Repubblica: Italia Viva, avendo votato contro il ddl insieme alla destra, sarà in grado di dialogare con lealtà nella scelta di una figura autorevole per il Quirinale? Ogni dubbio al riguardo è legittimo. Allacciamo le cinture.

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