Tra le strade di Londra gli inglesi hanno ricominciato a muoversi di fretta, tenendo lo ‘sguardo-non-guardo’ dritto davanti a sé, con i volti liberi dalle mascherine, anche quando stipati in metropolitana all’ora di punta. Non hanno obbligo di green pass, non sono tenuti ai distanziamenti sociali perché il Covid-19 è nell’aria, ma loro sembrano essere già andati oltre. È l’istantanea di una nazione semi-assuefatta ai numeri che arrivano puntuali ogni giorno, nel tardo pomeriggio, a ricordare al mondo se non altro che la Gran Bretagna è in cima alla lista dei paesi più colpiti dal Coronavirus. Questa settimana ha visto un balzo del 16% di casi, 43.738 ieri, quasi 50mila il giorno precedente, in una solida altalena che oscilla sui 44.145 contagi al giorno, spinta in buona parte dal crescente tasso di positività tra gli studenti delle superiori e i soggetti vulnerabili.

Stoicismo o assuefazione?
All’uscita di scuola una madre alza le braccia: “L’estate ci ha fatto riabituare a vivere una vita normale, senza precauzioni. Ora che i casi aumentano, mi sento più cauta ma ho tre figli e so che prima o poi lo prenderò – dice rassegnata – questa settimana tanti genitori che conosco sono risultati positivi, stiamo imparando a convivere con il Covid e questa è la verità”. I britannici hanno il motto Keep calm and carry on (Stai calmo e vai avanti) impresso nei geni, ma alla radio una speaker di LBC dà voce alla sua preoccupazione: “Il mio corso di nuoto è già stato sospeso, causa assenza di personale per Covid, e siamo solo ad ottobre”. Poco dopo con nervosismo appena percettibile arriva l’annuncio dei 223 decessi per Covid di ieri. Non sono i 1800 morti giornalieri del gennaio scorso ma segnano il dato più alto degli ultimi sette mesi, che porta il totale a circa 160mila morti legate al Coronavirus dall’inizio della pandemia. “Siamo in una fase in cui abbiamo ancora un vasto numero di persone che muoiono per via del Covid ma questo rimane in sottofondo, ci siamo abituati a un qualcosa che non è andato via, una specie di ‘desensibilizzazione’ alla mortalità – spiega sulle pagine del Guardian la professoressa di Salute Pubblica dell’Università di Edimburgo, Linda Bauld, secondo la quale a dare adito a questo atteggiamento è stata ‘la narrativa del Freedom Day’, il giorno della libertà da tutte le restrizioni (il 19 luglio), una sorta di contratto sociale tra il governo Johnson ed il suo popolo che facendosi il vaccino può far tornare la vita alla normalità. Molti l’hanno sottoscritto”. Ma i fatti provano che i vaccini non sono perfetti e l’efficacia dell’immunità si affievolisce nel tempo. Così oltre ai decessi anche le ospedalizzazioni sono in lenta ma costante crescita e ieri il numero di ricoveri nei nosocomi britannici è salito a 7749, con una media sui 900 ricoveri al giorno. Portavoce del Premier Boris Johnson (già reduce da un pesante rapporto che mette in luce gli errori nel tempismo del suo intervento durante la pandemia) fanno sapere che il Governo sta tenendo gli occhi aperti sull’incremento di ricoveri e decessi, ma la strategia di Downing Street resta quella di spingere sull’immunizzazione: solo quando la pressione sul sistema sanitario diventerà ‘insostenibile‘ i ministri discuteranno del piano B, ovvero il ripristino delle mascherine, green pass in alcuni luoghi pubblici, e lavoro da casa. Una presa di posizione molto diversa rispetto all’annuncio di ieri della Scozia che invece manterrà l’obbligo di mascherina in classe ed introdurrà il passaporto vaccinale per entrare nei locali affollati, già imposto in Galles.

Emergenza sanitaria cronicizzata
Ad essere meno assuefatta ai numeri è la comunità medico-scientifica, che ha lanciato un appello al primo ministro Boris Johnson affinché introduca restrizioni prima che sia troppo tardi. Mentre nel resto d’Europa Italia, Francia e Spagna stanno riuscendo ad abbassare la curva dei contagi, il Regno Unito si ritrova di nuovo ad arrancare nella lotta al coronavirus con un’unica vera preoccupazione: proteggere il sistema sanitario da un collasso annunciato. “Serve un’azione immediata per evitare che il Sistema Sanitario Nazionale (NHS) vada in crisi, a metà ottobre siamo già al limite – dice Matthew Taylor, amministratore delegato della NHS Confederation che richiede misure immediate: “Il Governo non deve solo annunciare di passare al Piano B, ma al piano B Plus, perché non bastano mascherine e lavoro da casa, occorre tornare ad una mobilitazione nazionale come quella che abbiamo visto nella prima e seconda ondata pandemica”.

L’emergenza sanitaria in Gran Bretagna pende dal combinato disposto dell’aumento dei ricoveri per Covid, minaccia delle influenze invernali, e arretrato di cure mediche per pazienti che non vedono un dottore anche da due anni. Gli ospedali stanno tenendo al Coronavirus ma i pronto soccorso sono in ginocchio e i dati dell’ufficio di statistica nazionale rivelano che alla fine di agosto la nazione ha battuto un altro record di malasanità: 5,7milioni di pazienti in lista di attesa per prestazioni mediche di routine, il numero più alto dal 2007. “Ci aspetta un inverno duro perché l’aumento dei pazienti che si ammalano di Covid in modo grave, la necessità di smaltire l’arretrato di appuntamenti per gli altri pazienti e la ridotta capacità del Sistema Sanitario Nazionale fanno una forte pressione sugli ospedali” dice Amanda Pritchard, a capo dell’NHS, che lancia ai britannici l’appello a continuare a vaccinarsi. A mettere in guardia dalla ‘immensa pressione sull’NHS’ e dalle gravi carenze che pesano su tutti i servizi sanitari (incluso ambulanze e 118) è lo stesso ministro della Salute conservatore, Sajid Javid, che per tutta risposta ha esteso anche ai bambini tra i 12 e i 15 anni la possibilità di prenotare le vaccinazioni in ambulatori e centri dedicati, non più solo nelle scuole.

Vaccini: dalle stelle allo stallo
Sono stati acclamati come il grande successo della strategia anti-Covid del governo Johnson, ma ora i britannici sembrano aver perso entusiasmo per i vaccini. Studi dell’Università di Oxford e dell’Imperial College hanno dimostrato che l’efficacia delle immunizzazioni comincia a ridursi tre mesi dopo la seconda dose di vaccino. Per questo lo scorso 16 settembre l’NHS ha cominciato con la somministrazione del terzo richiamo a pazienti sopra i 50 anni, soggetti vulnerabili e personale sanitario che hanno ricevuto la seconda dose sei mesi prima. Ma il cosiddetto ‘booster jab‘ sta procedendo a passo lento, come ha spiegato alla BBC John Roberts, consulente del Covid-19 Actuaries Response Group: “Da quando è iniziato il programma di richiami 3.7 milioni di persone hanno avuto la terza dose. Sei mesi fa ad aver ricevuto la doppia dose erano 8 milioni e mezzo di pazienti quindi abbiamo ancora un gap piuttosto grosso di quasi 5 milioni di persone che ne avrebbero diritto ma non sono immunizzati. Questa volta il pubblico sembra meno propenso a farsi avanti per fare il richiamo. Il ritmo con cui vengono effettuate le vaccinazione è di 1,3 milioni di persone la settimana e nello stesso tempo ci sono due 2 milioni di persone che diventano pronte per il richiamo. Pensiamo che ci siano 22 milioni di persone nella lista prioritaria che il ministro della Salute vorrebbe vaccinare prima dell’inverno ma di questo passo il processo non potrà essere completato prima della fine di gennaio – ammette Roberts rivelando che ogni settimana “muoiono circa 500 anziani sopra i 75 anni nonostante la doppia dose, dunque è importante che chi viene chiamato per il terzo richiamo lo faccia” sostiene l’epidemiologo. Che poi fa un esempio: “Israele era più avanti di noi nel programma vaccinale e i loro dati hanno mostrato che il terzo richiamo riduce il rischio di ammalarsi di Covid in modo grave di una percentuale tra l’80-90%”.

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