Il giorno dopo la pubblicazione del ‘dossier della vergogna’ su uno dei peggiori fallimenti della sanità pubblica nella storia del Regno Unito, i migliaia di cuori rossi e rosa che colorano il murales lungo la riva del Tamigi sembrano tingersi di rabbia. Il National Covid Memorial Wall, voluto dal Covid 19 Bereaved Families for Justice, un gruppo di familiari delle circa 150mila vittime del Coronavirus, si erge proprio di fronte al Parlamento di Westminster. Da qui è uscito il rapporto che plaude al successo del programma vaccinale del Paese ma che allo stesso tempo mette i britannici davanti all’amaro dato di fatto: migliaia di questi cuori disegnati sul muro per ricordare coloro che sono morti di Covid potevano essere risparmiati se solo il governo Johnson si fosse guardato attorno e avesse chiuso prima la nazione. Le 150 pagine del rapporto “Coronavirus: le lezioni imparate fino ad oggi” redatto dalle Commissioni Salute e Scienza e Tecnologia del Parlamento sono il preambolo di un’ inchiesta pubblica che dovrebbe partire nella primavera del 2022 dando agli inquirenti il potere di investigare ancora più a fondo sul livello di preparazione e la risposta del governo britannico alla pandemia. Le famiglie delle vittime esigono ora le scuse dei ministri del governo Johnson e stanno facendo pressione perché l’apertura dell’inchiesta venga accelerata in modo da prevenire altri morti.

Intanto il Paese si interroga sul perché il governo possa aver gestito la crisi covid peggio di altri Paesi, e soprattutto su quali lezioni siano state veramente imparate. “Non sono sicura che abbiamo imparato alcuna lezione, questa è la triste realtà”, spiega all’emittente Channel 4 Christina Pagel, Direttrice dell’Unità di Ricerca Clinica dell’University College London “Il rapporto evidenzia per esempio che non abbiamo guardato agli altri Paesi, che sono mancati sistemi di tracciamento e di isolamento efficaci e questo continua a riscontrarsi anche oggi. Siamo ancora in questa sorta di ‘eccezionalismo britannico’ dove non impariamo da quello che fanno gli altri e continuiamo ad avere i più alti numeri di casi nel mondo dopo gli Usa. Adesso siamo in una situazione in cui abbiamo indebolito il nostro sistema sanitario, il personale è esausto e per loro non si prevedono pause al momento”. Le parole della professoressa britannica corroborano una realtà dei fatti evidente per chi proviene dall’Italia dove a fronte di un numero tra i 2500 e i 4000 casi giornalieri continuano a vigere mascherine, distanziamenti sociali e passaporti vaccinali imposti dal governo Draghi. L’approdo in Regno Unito è come un viaggio nel passato pre-Covid, dove ogni precauzione è lasciata al libero arbitrio senza alcuna imposizione da parte di Downing Street pur se si registrano medie di oltre 38mila nuovi casi al giorno.

Il governo Johnson ha avuto la fortuna di fare una puntata vincente sui vaccini, ordinandone oltre 400milioni di dosi ancora prima di sapere se fossero efficaci. Ora fa affidamento sull’immunizzazione, con il numero di vaccinazioni che hanno oltrepassato i 49 milioni di prime dosi e i 45 milioni di richiami. Ma prima che i vaccini fossero un’arma concreta, la strategia andava nella direzione opposta rispetto agli altri: il governo ha ritardato lockdown, distanziamenti e uso della mascherina. Agli inizi di marzo del 2020, nella prima nervosa apparizione alla nazione, Boris Johnson era esordito così: “Molte famiglie perderanno i propri cari prima del tempo”. Parole che avevano lasciato i britannici e il mondo intero a bocca aperta: si profilava quello che il rapporto chiama ‘approccio fatalistico” volto a ritardare – non a sopprimere – il picco del contagi lasciando che l’immunità di gregge facesse il suo corso. In sette ore di interrogatorio lo stesso Dominic Cummings, ex consulente capo di Johson e deus ex machina dietro alle decisioni al 10 di Downing Street (prima di essere allontanato in malo modo) aveva riferito alla Commissione come secondo il Ministero della Salute “l’immunità di gregge fosse ‘inevitabile’”. Secondo le sue rivelazioni, il governo riteneva inconcepibile che il popolo britannico potesse accettare misure come quelle introdotte a Wuhan . E così, all’inizio, non si vedeva valenza scientifica nell’uso della mascherine. La chiusura è partita in modo graduale dopo che l’ok ad eventi sportivi di massa e il lockdown di fatto è stato dichiarato solo il 23 marzo, quando i casi erano già 6,650 e i morti 335.

La commissione britannica ha rivelato che il Regno Unito aveva condotto due operazioni di preparazione contro pandemie influenzali: la cosiddetta ‘Exercise Cygnus’, che nel 2016 aveva considerato il diffondersi di un virus già conclamato sul 50% della popolazione e che avrebbe potuto causare un eccesso tra i 200 e i 400mila morti, e la ‘Winter Willow’ che invece simulava anche gli stadi precedenti, partendo dall’allerta pandemia lanciato dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Secondo il rapporto, le simulazioni britanniche sono state condotte su normali virus influenzali dato che gli esperti in malattie infettive del Paese non si aspettavano che virus come SARS e MERS entrassero dall’Asia al Regno Unito, per una forma di “eccezionalismo britannico”. Lo si legge a pagina 19.

Nei primi stadi della pandemia in Gran Bretagna mancavano tamponi ed equipaggiamento per la protezione personale di medici ed infermieri (PPE) e Il rapporto punta anche il dito contro l’inefficienza del sistema di tracciamento che ha fatto notizia invece per essersi arenato in appalti paludosi. E se in questi mesi i ministri britannici si sono trincerati dietro l’eco comune del ‘seguiamo la scienza’ per giustificare le proprie decisioni sul Covid, il dossier curato proprio da due ex ministri conservatori sottolinea come l’intera struttura dietro le consulenze scientifiche del governo manchi di trasparenza o rappresentanza internazionale. E ora al catalogo di errori commessi dal governo britannico, dicono familiari delle vittime e associazioni di categoria, deve seguire la lista dei responsabili che ne rispondano in prima persona.

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