Claudio Lotito è libero. Colpevole ma già riabilitato e quindi di nuovo, a tutti gli effetti, consigliere federale. Il famoso scandalo dei “tamponi falsi” della Lazio si conclude così: appena 2 mesi al patron biancoceleste, 5 ai medici Pulcini e Rodia, qualche spicciolo (50mila euro di multa) per la società. Insomma, la classica bolla di sapone.

Se si volesse riassumere la vicenda che si trascina da oltre un anno si potrebbe dire che ha vinto Lotito e ha perso il presidente della Figc, Gabriele Gravina. Il contenzioso giudiziario era diventato infatti una questione quasi personale fra i due e aveva assunto anche una connotazione politica, non fosse altro che per le conseguenze che avrebbe avuto la possibile condanna. Lotito è consigliere federale, e in virtù della normativa e di una vecchia inibizione risalente al 2012, avrebbe perso la sua poltrona in caso di ulteriore squalifica di almeno 10 mesi. Esattamente quanto aveva chiesto la Procura oggi nel corso dell’udienza di appello bis.

Era novembre 2020 quando a cavallo tra la sfida di campionato col Torino e quella di Champions con lo Zenit, alcuni giocatori biancocelesti (fra cui Immobile) finirono al centro della cronaca per dei tamponi “ballerini”: negativi in Italia, positivi in Europa, anche perché esaminati da laboratori diversi, Synlab scelto dalla Uefa, Futura Diagnostica di Massimiliano Taccone, figlio di Walter ex presidente dell’Avellino, storicamente vicino a Lotito, scelto dalla Lazio. La procura della Federcalcio aveva aperto un’inchiesta per violazione dei protocolli anti-Covid, e di lì è nato un processo che è arrivato oggi addirittura alla sua quarta sentenza, tanto per fare capire la posta in palio. In primo grado 7 mesi di inibizione, portati a 12 in appello, ma rideterminati dal Collegio di garanzia (la Cassazione dello sport) che, pur sancendo la colpevolezza di Lotito, ha sostanzialmente escluso il dolo e la responsabilità diretta del presidente.

Quindi ecco il giudizio odierno, che dovrebbe essere quello definitivo. E rappresenta anche l’ennesima brutta figura per la Procura federale, che si era già vista smontare al Coni la condanna di oltre un anno, e non contenta nell’appello bis aveva chiesto nuovamente 10 mesi. Ma i paletti fissati dal Collegio di Garanzia erano davvero troppo stretti e anche i giudici federali hanno dovuto arrendersi all’evidenza, fermandosi a 2 mesi di squalifica.

Lotito può festeggiare una condanna, che magari non gli farà troppo onore (la vicenda resta abbastanza scabrosa, soprattutto nel contesto di un anno fa, in piena epidemia) ma gli permette di tornare da subito in consiglio federale, dove nel corso dell’ultima riunione era stato allontanato. E dove rappresenta ormai uno degli ultimi avversari del presidente Gravina, che dopo la vittoria schiacciante alle ultime elezioni è sempre più l’uomo forte del pallone italiano. Il n. 1 della Figc, eletto anche nel consiglio Uefa, entrato nella giunta Coni col placet di Malagò, lanciato in un ambizioso programma di riforma del movimento, praticamente non ha più rivali. E i pochi che gli rimangono, prova a metterli all’angolo. Come ha fatto con Lotito. E come sta provando a fare anche con Cosimo Sibilia, capo dei Dilettanti e suo sfidante alle urne: dopo il voto, Gravina ha cominciato un lungo tour nei comitati regionali per erodere il consenso dell’avversario e mettere le mani sulla Lega che da sola vale il 33% dei voti. Intanto, però, resiste Lotito.

Twitter: @lVendemiale

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