L’abbiamo appena vista al Festival di Venezia ne Les promesses dove interpreta un’arrembante machiavellica anche se infine altruistica sindaca di un municipio parigino. A breve la rivedremo nei panni di Costanza Sforza Colonna nel Caravaggio di Michele Placido. Da giovedì 14 ottobre sarà invece nelle sale italiane come protagonista de La Padrina. Parliamo della 68enne Isabelle Huppert. Fenomeno cinematografico naturale che fatichiamo a ricordare in una posa gratuita, in un ruolo sballato, in un film sgangherato. Intendiamoci con La Padrina – Parigi ha una nuova regina il rischio dell’intoppo era elevato. Perché trattasi di una specie di poliziesco che si trasforma subito in commedia grazie a un disincanto e un ritmo molto hollywoodiano, e non farsesco come potremmo fare risultare con una produzione italiana una storia del genere.

Intanto la Huppert è Patience Portefeux, una signora che di lavoro fa la traduttrice dall’arabo per la squadra narcotici della polizia di Parigi. Vedova da vent’anni, con passato criminale scoperto fuori tempo massimo, Patience si ricicla improvvisamente come boss spacciatrice di hashish usufruendo di tonnellate di droga nascoste dal figlio magrebino dell’infermiera che assiste sua madre malata. Patience, inoltre, intavola anche una relazione con l’attempato capo della polizia e riciclerà perfino il denaro delle sue vendite con l’aiuto di una grifagna padrona di casa cinese. Badate bene se la sinossi potrà sembrare improbabile, sappiate anche che Huppert si rigira questo personaggio di donna indipendente e scaltra ogni limite, come le pare e piace, facendo risultare il percorso e le scelte di Patience come autentiche e verosimili.

Complice questa espressione da “faccia di bronzo” che Huppert si porta dietro da decenni, questa volta utilizzata non per nascondere un’anima nera e autoritaria, ma per celare un retrogusto comico acidulo e frizzante, ecco il risultato in un paio di sequenze estremamente divertenti: la trasformazione fisica nella ricca Ben Barka con un hijab incrociato, e quando recuperato il “bottino” è ferma al semaforo a canticchiare la trap. Un’oretta e mezza disimpegnata e agile con la solita confezione da film francese medio che, ci ripetiamo ancora una volta, è una spanna sopra qualsiasi altra produzione europea. Dirige Jean-Paul Salomé.

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