di Gaetano Fausto Esposito*

Dice un antico proverbio dei nativi americani: “Non ereditiamo la Terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli”. Una convinzione alla base dell’impostazione del Programma Next generation Ue, con la scelta di definire un target per investimenti green nei Programmi di Ripresa e di Resilienza dei paesi membri di almeno il 37%.

Anche il Pnrr italiano sottolinea la “centralità green”, nella convinzione che la transizione ecologica sia un importante fattore per aumentare la competitività del sistema produttivo, incentivare l’avvio di attività imprenditoriali nuove e ad alto valore aggiunto, creando una stabile occupazione.

Ma affinché le affermazioni sulla crescita sostenibile non rimangano un’idea astratta serve che entrino nella vita quotidiana dei cittadini e delle imprese. Come siamo messi?

Se fino a qualche anno fa la tutela ambientale appariva poco centrale nella percezione della gente, oggi la situazione è capovolta, per quanto ci sia ancora molto da fare per passare dalla percezione del problema a comportamenti concreti e attivi diffusi tra le persone.

Secondo l’ultima indagine di Eurobarometro, in Italia il 93% delle persone pensa che il cambiamento climatico sia il problema più grave del mondo (molto superiore alla percentuale europea dell’82%). La buona posizione del nostro Paese in questo ambito è attestata anche dall’ultima rilevazione dell’Eco-innovation Index dell’Unione europea: a differenza di altri campi, come ad esempio il digitale, occupiamo una posizione migliore rispetto alla media europea (124 punti rispetto a 121). Inoltre abbiamo alcuni primati come quello dell’efficienza nell’impiego delle risorse, con un punteggio di 268 punti su di un massimo di 330 e una media europea di 147. Con circa l’80% di rifiuti totali avviati a riciclo l’Italia ha infatti un’incidenza più che doppia rispetto alla media europea (solo il 38%) e ben superiore rispetto a tutti gli altri grandi Paesi europei: la Francia è al 55%, il Regno Unito al 49%, la Germania al 43% e la Spagna al 37%.

Eco innovation index nei Paesi Europei – 2021

Fonte: Commissione europea

Ma ci sono ambiti in cui possiamo ancora recuperare posizioni, come nel caso delle innovazioni per l’ambiente, dove su di una media europea di 113 punti abbiamo uno score di appena 79 punti.

Il nostro sistema imprenditoriale è comunque in sostanziale movimento e ricettivo alla tematica, soprattutto per le imprese più grandi, ma le rilevazioni del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne ci dicono che anche le piccole imprese che hanno fatto investimenti green sono più resilienti e prevedono di uscire prima dalla crisi pandemica, ritornando entro il 2022 ai livelli pre-Covid (67% rispetto al 61% di chi non ha investito). Tuttavia ancora oggi ben il 53% delle pmi non pensa di investire nel settore perché lo ritiene un vincolo e solo un 17% lo considera un’opportunità per la crescita della reputazione aziendale.

C’è poi il tema del lavoro. Per il sistema informativo Excelsior di Unioncamere nel 2020 il 36% delle nuove entrate nel mondo del lavoro ha riguardato green jobs e nel periodo 2021-2025 il 38% del fabbisogno di professioni richiederà competenze green con importanza elevata (circa 1,3-1,4 milioni di occupati). La domanda di green jobs si caratterizza per una maggiore qualificazione delle competenze ed esperienze, dirigendosi per quasi il 16% verso laureati (contro il 13% degli altri occupati), per il 23% verso chi ha una pregressa specifica esperienza professionale (contro 18% del restante) e ciò nonostante il 45% delle imprese sottolinea la necessità di una idonea formazione successiva all’ingresso in azienda. Chi domanda qualifiche green richiede in misura superiore competenze abilitanti e trasversali rispetto alle altre imprese, in particolare per il problem solving (43% contro 37% delle altre imprese).

In questo quadro emergono alcune piste di lavoro per fare in modo che le aspettative del Pnrr siano effettivamente confermate. Dobbiamo lavorare:

1. sulle competenze, aspetto centrale del processo di greening, sia nei percorsi di formazione scolastica e universitaria, sia con la formazione aziendale di dipendenti e imprenditori;

2. sulla cultura, sensibilizzando ancora le imprese (specie le più piccole) sull’importanza di investire in sostenibilità ambientale, anche attraverso un affiancamento delle istituzioni – soprattutto quelle operanti sul territorio – sia nelle problematiche di carattere tecnico e tecnologico, sia nell’assistenza all’accesso a risorse e servizi;

3. sulle norme e sulla fiscalità, semplificando le procedure delle agevolazioni e incentivando fiscalmente gli investimenti in sostenibilità ambientale;

4. nella creazione di mercati per la sostenibilità, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di prodotti e servizi green (Green Public Procurement, Criteri Ambientali Minimi, piattaforme dedicate per gli acquisti di prodotti e servizi green, materie prime seconde, ecc…).

* Economista, si occupa di analisi economica e dei processi di internazionalizzazione delle imprese. Attualmente è Direttore generale del Centro Studi delle camere di commercio “Guglielmo Tagliacarne” e insegna Economia Politica nell’Università telematica Universitas Mercatorum.

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