Dopo aver partecipato alla Pre-Cop di Milano, insieme al ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, in un’intervista al Financial Times, il presidente della Cop 26 Alok Sharma, cita proprio l’Italia (insieme alla Francia) come unici due Paesi del G7 che non hanno ancora assunto nuovi impegni sui finanziamenti da fornire ai Paesi in via di sviluppo per la lotta al cambiamento climatico. Ossia uno dei punti più importanti su cui si è dibattuto prima a Milano e, nei giorni scorsi, anche durante la riunione parlamentare di Roma. Parliamo di quella promessa mancata di una mobilitazione da 100 miliardi di dollari all’anno da varie fonti, sia pubbliche che private entro il 2020, per le misure di mitigazione e adattamento. Impegno preso alla Cop di Copenaghen del 2009.

Per rimanere al G7 e alle parole del ministro britannico sui nuovi impegni, ad esempio, gli Stati Uniti hanno promesso di raddoppiare la quota, portandola da 5,7 miliardi (meno di un quarto di quello che i paesi dell’Ue stavano già fornendo nel 2019) a 11,4 miliardi. Il Regno Unito ha promesso 11,6 miliardi di sterline (13,6 miliardi di euro) tra il 2022 e il 2026 e si è impegnato a dedicare almeno il 50% della spesa per l’adattamento.

La proposta di Cingolani in attesa di Draghi – A Milano Cingolani ne ha parlato, ricordando che l’Italia dà un contributo di 460 milioni (di euro, ndr) per i paesi in via di sviluppo attraverso vari canali. “Quello che io proporrò, e sarà soggetto a decisione del Governo, è almeno di raddoppiare. Si potrebbe arrivare al miliardo” ha detto il ministro, aggiungendo poi: “Anche se si raddoppia sarebbero pochi, ma dobbiamo tentare”. Dunque in questo momento la questione è in mano al premier Mario Draghi, che pure in queste settimane ha parlato di “urgenza”, spiegando che “dobbiamo tutti fare la nostra parte”. Ed è da lui che si attende un annuncio, possibilmente anche al G20 di Roma del prossimo 30 ottobre, una volta fatti i conti in casa (i fondi per i Paesi in via di sviluppo arrivano dalla presidenza del Consiglio e dal ministero degli Esteri). Anche perché quella di non aver preso ancora nuovi impegni, non è l’unica carenza dell’Italia sul fronte degli finanziamenti per il clima ai Paesi in via di Sviluppo.

I dati dell’Ocse A riguardo, i dati più attendibili sono dell’Ocse. Quelli completi sono stati pubblicati poco meno di un anno fa. Complessivamente i finanziamenti sono passati dai 58,6 miliardi di dollari del 2016 ai 71 del 2017, fino ai 78,9 del 2018. Ma di recente c’è stato un aggiornamento: nel 2019 si è arrivati a 79,6 miliardi di dollari . La crescita quindi c’è (ed è del 2%, dovuta all’aumento dei finanziamenti pubblici da istituzioni multilaterali), ma è sempre più lenta poiché nel frattempo diminuiscono gli impegni bilaterali di finanziamento pubblico e i fondi da fonti private. Ad oggi, quindi, per raggiungere l’obiettivo di mobilitazione di 100 miliardi di dollari nel 2020, occorrono all’incirca altri 20 miliardi.

In una recente intervista alla Bbc, Amar Bhattacharya, autore di un rapporto dell’Independent Expert Group sul tema, ha spiegato che all’interno del G7, i maggiori donatori sono Germania, Giappone e Francia, poi ci sono Regno Unito e Canada e, infine, Stati Uniti e Italia (con 0,6 miliardi di dollari all’anno). Ma dietro queste classifiche ci sono valutazioni complicate. Intanto perché spesso le economie più grandi forniscono la maggior parte dei finanziamenti per il clima in valore assoluto, ma non in relazione alle loro dimensioni economiche. E poi perché ci sono Paesi che forniscono solo sovvenzioni, mentre altri contano anche prestiti ai paesi in via di sviluppo, che devono essere rimborsati. L’Italia, per esempio, è tra i paesi donatori che forniscono una maggiore percentuale di sovvenzioni (il 94% tra il 2015-2016 e il 92% tra il 2017 e il 2019, rispetto a una media dei Paesi Ocse del 20% nel periodo 2013-2018). Francia, Giappone e Germania, risultano sì tra i primi donatori, ma hanno fornito la maggior parte dei propri finanziamenti attraverso prestiti.

L‘Italia sotto la propria “quota equa” – D’altro canto, come ricorda il think tank Ecco, alla Cop21 di Parigi nel 2015 l’Italia ha preso l’impegno di mobilizzare 4 miliardi di dollari al 2020 di finanza pubblica e privata mobilitata attraverso interventi pubblici. Quindi “quindi per i 6 anni dal 2015 al 2020 inclusi, che in media sarebbero 666 milioni di dollari all’anno”. Oggi siamo a circa 2,5 miliardi presi da allocazioni in legge di Bilancio e riconversioni del budget della cooperazione allo sviluppo.

La Germania, tanto per fare un esempio, che aveva preso lo stesso impegno, è arrivata a mobilitare 5 miliardi. Secondo Ecco “in linea teorica, eguagliare gli attuali impegni di Regno Unito e Germania (aggiustati per il Pil) per l’Italia significherebbe impegnare rispettivamente 1,8 miliardi di euro e 2,1 miliardi di euro l’anno”. Il think tank britannico Odi (Overseas Development Institute) ha elaborato una proposta per riuscire a definire la “quota giusta” con cui dovrebbe contribuire ciascuno dei 23 Paesi industrializzati della Convenzione quadro sul clima (Unfccc) che si sono impegnati per stanziare i 100 miliardi di dollari l’anno. Nel calcolo, si tiene conto delle emissioni di Co2 per il periodo 1990-2019, del Pil e della popolazione nel 2020. Secondo l’Odi, solo Germania, Norvegia e Svezia stanno contribuendo come dovrebbero, mentre Australia, Canada, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti sono a meno del 20% delle rispettive ‘giuste quote’. Quella per l’Italia è di 4,7 miliardi di dollari, ma noi abbiamo contribuito solo per il 25% di quella quota (1,2 miliardi di dollari tra il 2017 e il 2018). Gli Usa sono ad appena il 4%. Sono, infatti, fanalino di coda anche in termini assoluti, contribuendo in minor misura di Francia, Germania, Giappone o Regno Unito, nonostante la loro economia sia maggiore rispetto alle altre quattro messe insieme.

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