Santo cielo, ancora una volta. Anche oggi mi tocca di leggere nella cronaca della mia città: uno studente, che ha fatto credere ai suoi di aver dato tutti gli esami, li invita alla sua inesistente laurea e si uccide. Magari una notizia così sfugge al lettore medio, ma non a me, anche perché venni sfiorato da un episodio che poteva finire nello stesso modo.

Fu tanti anni fa; un laureando molto educato e gentile svolse una discreta ricerca di tesi sotto la mia direzione, poi sparì. Avevo il suo numero di casa e dopo qualche settimana telefonai: aveva avuto qualche problema in famiglia, avrebbe presto completato e finito di scrivere. Passarono mesi, ritelefonai: aveva trovato un lavoro che lo impegnava ma senz’altro avrebbe finito gli studi, si scusava tanto. Altri mesi, ritelefonai e trovai la madre; questa mi chiese in tono accorato quale fosse la vera situazione. Mi rivelò che tempo prima il figlio aveva annunciato la propria imminente laurea, anzi aveva preparato anche i nonni a venire a Bologna il giorno dopo, per poi dire che il suo relatore (cioè io…) aveva fatto un colpo di testa e incomprensibilmente gli aveva impedito di laurearsi. Ci rimasi un po’ male, ma sempre meglio questa via d’uscita (comunque temporanea) che una più tragica. Raccomandai alla signora di affrontare l’argomento con dolcezza e aiutare il ragazzo, che evidentemente era in un terribile dissidio interiore.

Ma come si può arrivare a questo punto? Tempo fa già scrissi in questo blog delle difficoltà che può procurare il passaggio all’università: è un salto psicologico, culturale, organizzativo – tanto maggiore per i fuori sede – che può disorientare. Ho conosciuto tanti studenti che subivano l’urto della bocciatura ad un esame, dopo essere stati anche bravissimi alle superiori. Immagino che tormento possa essere: la sensazione di sprecare i soldi dei genitori, il dubbio di essersi sopravvalutati, il timore di deludere chi crede in te. In qualche raro caso (ma non così raro come si può immaginare) si inventa un rimedio temporaneo: purtroppo ho già detto che oggi avrei avuto l’esame perciò quando telefono la mamma sarà allegra nell’attesa di un trenta; come dirle di una bocciatura? Magari lei non ha fatto l’università, perciò “bocciatura” suona come un evento catastrofico, non un inciampo risolvibile. Allora ecco l’idea perversa: dico che è andato bene, poi rimedio davvero il mese prossimo.

Ma magari il mese prossimo arriva un votarello, non quello millantato. Poi forse ho altri inciampi. Poi magari mi rendo conto che non sono fatto per questo corso di laurea o che il corso non è fatto per me. Come dire al papà perito che ho scoperto di non voler diventare ingegnere? E allora, sperando di trovare il momento giusto per chiarire le cose, vado avanti con l’inganno. Si instaura un circolo vizioso simile a quello del giocatore perdente: lo studente non sa più come uscirne, con l’angoscia di mentire continuamente alle persone care. Fino alla vergognosa rivelazione finale, o fino addirittura al suicidio o a un omicidio (ho letto più volte anche questo).

Una volta era più difficile imbrogliare, col libretto cartaceo. Ora falsificare una schermata è facilissimo. Il genitore, poi, non può controllare per conto suo grazie alla fottutissima, giustissima privacy. Per fortuna il più delle volte l’imbroglio è davvero temporaneo e rimane come una cazzatina, uno sgradevole ricordo e anzi l’utile esperienza di un rischio corso. Ma la famiglia del ragazzo morto sabato se ne fotte delle statistiche.

Allora, genitore che mi stai leggendo, se hai qualche dubbio sugli esami di tuo figlio o di tua figlia, ti prego: prova a chiedere con dolcezza come stanno le cose, fai capire che sei sempre e comunque dalla sua parte, che a queste cose si rimedia.

E tu, studente o studentessa che ti sei infilato in questo buco nero, che ti senti una merda mentre i tuoi magnificano con gli zii i tuoi falsi successi, che sogni di uscire da questo vortice ma non sai come fare, ti prego; da docente, da padre, da nonno ti prego: basta! Guarda che non ti dico mica bravo bravo, anzi: sei un grandissimo coglione. Ma ti prego: vai di là, oppure fai quella telefonata e metti fine a questo incubo. Magari fai vedere questo post per affrontare il discorso. Sarebbe bello che questo blog servisse davvero a qualcosa almeno una volta.

Se hai bisogno di aiuto o conosci qualcuno che potrebbe averne bisogno, ricordati che esiste Telefono amico Italia (0223272327), un servizio di ascolto attivo ogni giorno dalle 10 alle 24 da contattare in caso di solitudine, angoscia, tristezza, sconforto e rabbia. Per ricevere aiuto si può chiamare anche il 112, numero unico di emergenza. O contattare i volontari della onlus Samaritans allo 0677208977 (operativi tutti i giorni dalle ore 13 alle 22).

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