Niente paura. Non ci dovrebbero essere gli hacker all’interno del Ministero della Giustizia. Se provate a collegarvi a www.giustizia.it e non riuscite nel vostro intento, potrebbe non essere colpa dei comodissimi pirati informatici su cui si è sempre pronti a scaricare colpe e responsabilità dei disastri hi-tech della Pubblica Amministrazione.

Non è stato nemmeno Renato Brunetta – né direttamente alla tastiera in veste di nerd capace di crackare piattaforme e sistemi, né come mandante – a trovare il giusto escamotage per riportare alla scrivania dell’ufficio i dipendenti che hanno voluto la pandemia (tesi complottista dell’ultimo minuto) per lavorare da casa.

Se non funziona niente la spiegazione potrebbe essere molto più semplice di quanto non si pensi. Chi gestisce il tessuto connettivo del dicastero di Via Arenula forse ha pianificato un “fermo programmato”.

A scorrere però le comunicazioni della Direzione Generale per i Sistemi Informatici Automatizzati (la DGSIA che conosco bene per aver affiancato, ancora ufficiale GdF, la dottoressa Rolleri che ne era il “capo”) la più recente risale ad un mese fa e faceva riferimento all’intervallo di tempo tra le 17.00 di venerdì 10 settembre alle 8.00 del successivo lunedì 13….

Il malfunzionamento, quindi, lascia quindi spazio alle più diverse interpretazioni, ma senza dubbio qualifica in maniera platealmente negativa la “versione tecnologica” di uno dei più importanti Ministeri di questo sempre più rattoppato Paese.

Non si venga a dire che ci sono carenze di fondi o che sono mancati gli investimenti, perché – vado a memoria e quindi posso anche sbagliarmi – stiamo parlando di una delle realtà pubbliche che quando ero all’Autorità per l’Informatica spiccava per disponibilità finanziarie invidiate dal resto della Pubblica Amministrazione Centrale.

Il leggere sullo schermo del computer o sul display di tablet e smartphone che il sito non è raggiungibile è davvero desolante e non alimenta certo le speranze di un domani reso sereno dall’efficienza e dall’efficacia del processo di automazione pubblica.

C’è da chiedersi cosa sia successo, ma sarebbe più corretto domandarsi quale sia lo stato dell’arte dell’Italia Digitale: l’Agenzia (bisnipote dell’Authority, nipote del Centro Nazionale per l’Informatica nella P.A., figlia di Digit-P.A.) dovrebbe offrire un quadro trasparente di quanto si spende e di quanto gli investimenti abbiano fatto risparmiare, di quanto sia stato realizzato e di quali vantaggi si siano ottenuti per le singole Amministrazioni e soprattutto per il cittadino, di quanto e cosa si stia facendo e di quanto tempo si abbia ancora bisogno per perseguire gli obiettivi.

I proclami e le chiacchiere hanno fatto il loro tempo. La gente pretende, e pretende giustamente, che le cose funzionino. Quanti casi “Regione Lazio” dovremo sorbirci prima di arrivare a capire che la continuità di esercizio dei sistemi informatici equivale alla capacità di respirare per ciascun essere vivente?

La cybersecurity (o la resilienza digitale come qualcuno ama chiamarla) prende davvero forma cominciando ad evitare patetiche esposizioni al pubblico ludibrio come quella che stamattina è toccata in sorte al Ministero della Giustizia.

Sarebbe carino che grand commis, dirigenti, fornitori e consulenti fornissero rapidamente spiegazione di quanto si sta verificando prima che inevitabili voli pindarici portino a suggestive elucubrazioni che fanno indispettire i ponzali sospettati di certi scempi.

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