Dalla soglia massima per il riscaldamento globale alle emissioni zero, dal prezzo del carbonio ai finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo. Il documento finale della riunione parlamentare pre-Cop 26 di Roma, in vista della Cop 26 di Glasgow affronta molti dei temi cruciali dei negoziati in corso, ma tradisce anche la difficoltà di porre obiettivi chiari e condivisi. A partire da quella soglia di un aumento della temperatura che per gli scienziati non dovrebbe superare 1,5 gradi centigradi rispetto ai valori precedenti l’era industriale. Come ha spiegato in questi giorni il ministro della Transizione ecologia Roberto Cingolani, se sul piano delle convinzioni si inizia a intravedere una comunione d’intenti, tempi e strategie (per esempio sul prezzo del carbonio) “sono diverse”.

Nella prima giornata del meeting, il ministro ha illustrato i 5 obiettivi condivisi durante la pre-Cop di Milano, da portare a Glasgow: aumento della temperatura non oltre 1,5 gradi, necessità di stabilire un prezzo del carbonio, sul fronte dell’adattamento rendere operativa la rete di Santiago per le perdite e i danni, regole chiare e governance, comprese “metriche trasparenti sui dati della transizione” e, infine, gli aspetti finanziari. Anche quei 100 miliardi di dollari ai Paesi in via di sviluppo, che sono “una goccia nel mare, la scintilla che dovrebbe creare 3mila miliardi” (quelli necessari) attraverso privati, filantropia, banche.

La transizione in 18 capitoli – Nel documento adottato dai parlamentari ci sono questi punti. E ce ne sono anche altri, tutti spalmati in 18 capitoli nei quali si parla di biodiversità, ma anche di sicurezza alimentare. Il presidente della Camera Roberto Fico ha definito il documento “di alta qualità”, la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberta Casellati “pregevole”. La chiave è quella del ruolo che i parlamentari dovrebbero avere, nei rispettivi Paesi, per accelerare la transizione. Ma, pure affrontando diversi temi cruciali, lascia molte zone d’ombra e rispecchia le diverse incertezze che ancora ci sono, a poche settimane da Glasgow, rispetto alle posizioni che prenderanno (o non prenderanno) diversi Paesi.

La soglia degli 1,5° (o ben al di sotto dei 2 gradi) – Nel primo paragrafo del documento adottato i parlamentari “esortano” tutti gli Stati firmatari dell’Accordo di Parigi ad attuare impegni ambiziosi per una ripresa dalla pandemia che garantisca di non superare la soglia di 1,5°C. Ma più avanti si scrive: “Approviamo l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento della temperatura globale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali”, che non è proprio la stessa cosa, anche se a Parigi si era stabilito di proseguire con gli sforzi “per limitarlo a 1,5ºC”.

La stessa differenza riscontrata a fine luglio, a Napoli: tutti i Paesi del G20 (incluse Cina e India), che producono l’80% dei gas serra e rappresentano 4,8 miliardi di persone nel mondo, hanno confermato l’obiettivo dell’Accordo di Parigi, ma alcune potenze si sono rifiutate di impegnarsi sul target di 1,5 gradi. Poi un recente rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), ha rivelato che con i contributi nazionali attuali le emissioni aumenteranno del 16% entro il 2030, condannandoci a un aumento della temperatura di almeno 2,7 gradi. E che la temperatura globale dovrebbe raggiungere o superare 1,5°C di riscaldamento entro il 2040. Cingolani ha raccontato a Roma di aver assistito a una forte accelerazione dopo la relazione dell’Ipcc e che, pochi giorni fa, “a Lussemburgo la posizione europea è diventata molto chiara”. L’obiettivo non può che essere 1,5°. Il ministro si augura di poterlo condividere, ma finora a livello globale molte potenze restano sul “ben al di sotto dei 2 gradi”. E lui stesso ha ricordato che la Cop 26 include 190 Paesi, che producono il 20% di gas serra: “Altri tre miliardi di persone, di cui un miliardo non ha accesso alla corrente elettrica, mentre la maggior parte non ha neanche combustibile per cucinare”.

Emissioni zero entro il 2050 – Da qui la più importante consapevolezza a cui si è arrivati durante Youth4Climate e Pre Cop di Milano: “Non possiamo disgiungere la strategia per la lotta ai cambiamenti climatici dalla lotta alle disuguaglianze a livello mondiale”. E questo discorso vale anche per le emissioni nette di gas a effetto serra entro il 2050 (i ragazzi del Youth4Climate hanno chiesto entro 2030, ndr). La Cina ha annunciato le zero emissioni entro il 2060, ma continua a costruire nuove centrali a carbone e investe nelle energie rinnovabili un terzo rispetto a quello che fa per il fossile.

“Possiamo raggiungere l’azzeramento – scrivono i parlamentari – solo attraverso la collaborazione internazionale”. Vincolando tutte le nazioni a impegni ambiziosi basati sui principi di equità, di responsabilità comuni ma differenziate e sulle rispettive capacità, alla luce delle diverse situazioni nazionali. “Questa diversità – sottolineano – non dovrebbe minare gli sforzi per raggiungere l’azzeramento e sarebbe molto preoccupante se dovesse provocare una rilocalizzazione delle emissioni di carbonio”. Un altro tema sono le emissioni transnazionali, finora non prese in considerazione nei negoziati internazionali, in particolare quelle dell’industria aeronautica e navale.

Prezzo del carbonio e contributi nazionali – I parlamentari sostengono la creazione di un meccanismo transnazionale per monitorare il rispetto degli obiettivi di riduzione e l’adozione di un sistema equo di scambio delle quote “attraverso la finalizzazione dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi” per fornire un meccanismo di contrasto al dumping climatico e per realizzare mercati mondiali del carbonio funzionanti che possano consentire il raggiungimento degli obiettivi collettivi di riduzione delle emissioni. Il documento sottolinea l’importanza di definire un prezzo per le emissioni di carbonio. Come possiamo dismettere il carbone come fonte di energia e raggiungere l’equilibrio del mercato, dato che ci sono Paesi che usano tecnologie ad alta intensità di carbonio? “Concordiamo che occorre farlo – ha detto Cingolani – ma ci sono Paesi che agiscono più rapidamente con obiettivi al 2025, altri al 2030 e altri ancora al 2035”.

Tutti d’accordo (almeno a parole) nella riduzione dei sovvenzionamenti alle tecnologie legate al carbone, ma i Paesi “hanno diverse strategie”. “Il problema è che se un grande Paese raggiunge il picco dopo gli altri – ha spiegato Cingolani – si può verificare un disequilibrio a livello non mondiale che, alla fine, non consentirà a tutti di raggiungere la decarbonizzazione al 55%, obiettivo dell’Accordo di Parigi”. Rispetto agli impegni nazionali sul clima, a tutti i Paesi è stato richiesto di presentare Contributi determinati a livello nazionale (Ndc) potenziati più ambiziosi e aggiornati. Un aspetto su cui ha messo l’accento anche Selwin Hart, consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per l’Azione climatica. “Ma non possiamo citare cifre – ha specificato Cingolani – che non sono basate su metriche consolidate e condivise con un alto livello di trasparenza, altrimenti non potremo avere una valutazione mondiale di cosa accadrà nei prossimi anni”.

Finanziamenti e debiti insostenibili – Punto fondamentale è quello dei finanziamenti per la lotta ai cambiamenti climatici. “Chiediamo un aumento delle risorse per i paesi in via di sviluppo – si legge nel documento – specialmente per quelli che sono particolarmente vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico e che hanno significativi limiti di capacità”. Tra questi, gli Stati insulari in via di sviluppo, la cui stessa esistenza è minacciata. L’invito ai paesi sviluppati è quello di rispettare l’impegno di mobilitare congiuntamente 100 miliardi di dollari all’anno (“che, comunque, sono una goccia nel mare” ha spiegato Cingolani, ricordando che oggi si è arrivati a 60 miliardi), ma anche che ci sia un spostamento di risorse verso l’adattamento (a cui finora è andato solo il 25% dei fondi) piuttosto che verso la mitigazione. Un altro aspetto riguarda le situazioni di debito insostenibile: “Chiediamo che sia concesso un maggiore margine di bilancio e che sia garantita la sostenibilità del debito di modo che questi Stati possano rispettare i loro impegni di politica climatica”.

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