I riflettori del mondo sono puntati sulle elezioni in Germania. Per la prima volta dopo 16 solidi e stabili anni di “merkelismo” trionfante, i tedeschi si trovano davanti ad un un bivio pieno di incognite, incertezze ma anche suggestivi scenari di cambiamento.

Dopo 4 mandati consecutivi la regina d’Europa Angela Merkel si appresta ad abdicare per ritirarsi a vita privata. Lo fa lasciando il suo partito (la Cdu, partito trainante anche del Ppe in Europa) al nuovo segretario Armin Laschet, a cui spetta l’impossibile compito di succedere ad un’icona, verso l’elettorato di destra.

Gli ultimi sondaggi dicono che, malgrado un 30% ancora di indecisi, i socialisti (Spd, guidati da Olaf Scholz) sono in vantaggio con il 25% seguiti proprio dalla Cdu (Csu in Baviera) al 21% e dai Greens al 16%. Scenari e trend che negli ultimi mesi sono cambiati di continuo.

Queste oscillazioni sembrano incidere maggiormente sul partito della Merkel, che secondo le stime perderebbe quasi il 15% (era al 37%) rispetto alle elezioni del 2017 e che si presenta con un candidato percepito come debole, proprio Armin Laschet, che si dimena tra le affilate lame degli oppositori interni nel partito e quella percezione di non essere all’altezza del ruolo. Quello della Cdu ha tutta l’aria di essere un disastro politico semi annunciato e forse anche calcolato.

I socialdemocratici, che nella debolezza della Cdu si atteggiano a statisti con attitudini merkeliane (soprattutto con Scholz, che della Merkel è stato ministro delle finanze nella Große Koalition), sono fortemente rinvigoriti dagli ultimi sondaggi, dettati però più dalla debolezza degli avversari che da una nuova proposta politica. Senza scossoni e con un low profile sostanzialmente centrista e moderato (vi ricorda qualcuno?), i socialdemocratici potrebbero essere il primo partito e pretendere per lo stesso Olaf Scholz il ruolo di prossimo cancelliere.

I verdi, che avevano il vento in poppa ed erano dati come primo partito fino a qualche tempo fa, restano la dirompente novità di queste elezioni, anche se sondaggi alla mano sembrano aver perso la straordinaria spinta data dalle elezioni europee. Il calo è avvenuto in concomitanza con la designazione della candidata cancelliera Bearbock.

Il risultato dei verdi resta comunque uno dei dati più interessanti sull’intero scenario politico europeo, con probabili effetti, o ripercussioni, anche sulle politiche interne degli altri Paesi Ue, soprattutto quelli dove i verdi sono irrilevanti o inesistenti. Anche in Italia, dove vi è particolare abuso dei concetti verdi e sostenibili, si guarda a questo risultato con particolare interesse, essendo uno di quei Paesi dove per una serie di ragioni una solida offerta politica verde, affiliata ai movimenti globali ambientalisti, ancora manca (e sarà difficile riuscirci riciclando il ceto politico esistente, come si è sempre tentato).

Sia la Spd che la Cdu/Csu non propongono scossoni, non hanno programmi di rottura, non parlano di cambiamento e di rivoluzioni, anzi al contrario promettono la cosa migliore per i tedeschi, ossia continuare il lavoro di Angela Merkel.

I verdi con il loro manifesto sull’ambiente e la protezione del clima, legato all’aspetto economico-sociale, hanno il programma più accattivante ma potrebbero pagare moneta per la paura del cambiamento soprattutto in campo energetico, elemento che potrebbe drenare voti verso i socialisti più conservatori, pionieri delle rivoluzioni a metà, che guardano con favore allo Stream 2, progetto chiave per l’industria del gas a cui sia Cdu che Spd strizzano l’occhio.

L’unica certezza di queste elezioni è che si dovrà fare una coalizione di governo e che quindi nessuno potrà governare da solo. Ci sarà da capire quanto tempo ci vorrà a trovare un accordo di governo, potrebbero essere anche tempi lunghi.

Gli scenari sono sostanzialmente tre. Il primo è un film già visto che verrebbe ritrasmesso senza la forza della Merkel, ossia un governo di Große Koalition dei socialisti con la Cdu e i liberali (Fdp), con il ministro delle finanze da assegnare probabilmente ai democristiani e un conseguente spostamento verso la destra conservatrice.

Il secondo scenario, più accattivante anche da una prospettiva mediterranea europea, è un governo con spinta progressista ed ecologista, fatto da una coalizione tra socialisti, verdi e linke (la sinistra, quotata al 7%), mentre il terzo avrebbe sempre Socialisti e verdi al governo ma con i liberali al posto dell’estrema sinistra.

E’ però fondamentale monitorare il risultato dei liberali (Fdp) che sono dati all’11% e potrebbero giocare un ruolo assolutamente determinante anche sulla formazione dei temi e dei programmi esattamente come i verdi. Appare invece del tutto fuori dai giochi il partito di estrema destra Afd, che nonostante sia quotato tra il 10% e l’11% è tagliato fuori da qualsiasi ipotesi di coalizione per volontà di tutti gli altri partiti.

Considerando la complessità del sistema elettorale tedesco, con due voti per elettore, una componente uninominale e una proporzionale e il tutto tarato a livello regionale, le previsioni sulla composizione del Bundestag non sono proprio semplicissime. A prescindere dal risultato, resta certa l’incidenza della Germania sulle politiche europee, per cui se si dovesse virare verso posizioni progressiste si potrebbe indurre un drastico cambiamento sia sugli scenari europei che su quelli interni agli altri Stati membri dell’Ue, con l’Italia in prima fila.

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