La corsa non è quella classica a salire sul carro del vincitore, ma quella opposta, a scendere dal treno lanciato verso una probabile sconfitta. Intorno a Luca Bernardo si sta formando il vuoto: le critiche e i distinguo dal candidato sindaco pistolero piovono uno dopo l’altro da ambienti insospettabili, quelli – in teoria – ideologicamente più affini alla destra che lo sostiene. Lunedì in contemporanea ne sono arrivati due, entrambi pesantissimi: il duro editoriale di Luigi Amicone sul sito di Tempi, la rivista vicina a Comunione e Liberazione, dall’inequivoco titolo “De profundis per Bernardo”, e quello caustico di Mario Giordano su La Verità. “Adesso che hai trovato i soldi, Bernardo, puoi trovare un’idea?“, provoca il conduttore tv, all’indomani del caso aperto dall’audio Whatsapp – fuoriuscito da una chat privata – in cui il pediatra minacciava il ritiro se i partiti che lo sostengono non avessero versato 50mila euro ciascuno per le spese della campagna. Pochi giorni prima, invece, ad abbandonarlo era stato il portavoce Alessandro Gonzato, giornalista di Libero, adducendo non meglio precisate “incompatibilità professionali”.

Amicone, voce storica del panorama cattolico e consigliere comunale uscente con Forza Italia, ha le idee chiare sul perché la sfida a Beppe Sala a Milano sia avviata al fallimento. “Bernardo non se lo fila nessuno“, sintetizza. “Dietro di lui ci sono solo fantaccini, e pure male assortiti. Forza Italia è l’unico partito della coalizione che ha mantenuto l’impegno a inserire il candidato nel proprio simbolo. Lega e Fratelli d’Italia, il nome “Bernardo” non se lo sono neanche filati di striscio. I loro simboli elettorali a Milano sono quelli di sempre. Con i nomi dei rispettivi leader sparati a caratteri cubitali. E stop. Non si capisce neanche se sono a Milano per la Fiera o se competono sul serio“, accusa. “Ora è chiaro perché i grandi capi non ci hanno voluto mettere la faccia e dopo 28 anni di eroica militanza lumbard anche il buon Matteo (Salvini, ndr) ha evitato di candidarsi nella città che dice di adorare. Glielo aveva forse ordinato il dottore di non abbandonare alla sinistra il motore dell’Italia?”

“La città che poteva vincere a mani basse, sembra proprio che il centrodestra abbia deciso di perderla a mani alzate“, prosegue. “Già adesso, a due settimane dal weekend del voto, i sondaggi sono impietosi. Sala può trionfare già al primo turno. E la sua coalizione doppiare l’opposizione”. Ma com’è potuto succedere, si chiede Amicone? La colpa, si risponde, è di Salvini, che “forse confondendo Milano per Milano Marittima e gli alleati per i suoi personal trainer da spiaggia”, “piuttosto che la candidatura di un politico a cui quasi certamente Sala avrebbe dovuto cedere il posto (per Amicone il nome ideale sarebbe stato Maurizio Lupi, ndr), ha scelto il “niet” brezneviano” proponendo un'”infilata di candidati improbabili con cui ha iniziato la ritirata fino alla sconfitta”. Dal “cilindro salviniano”, scrive, sono usciti personaggi che sembravano presi “dai romanzi di Salgari e Dumas: Raisa del Polo, Oscar de Montigny…“, fino a Bernardo, “preso come un appendino su cui infilare la casacca “civica””.

Anche Giordano non ci va giù leggero. Rivolgendosi direttamente al candidato, sul giornale di Maurizio Belpietro, lo accusa esplicitamente di non essere adatto alla sfida: “Lei non incide, non lascia il segno, non fa parlare di sè, non propone alternative. È un po’ come se fosse già rassegnato alla sconfitta“. I sondaggi, si sottolinea anche qui, danno il medico per sicuro sconfitto. Ma il problema, dice Giordano, non è più nemmeno numerico, bensì “culturale, ideale: le partite si possono vincere o perdere, ma bisogna giocarle. Qual è la sua idea alternativa? Quali le proposte che fanno discutere? Che accendono sogni, animi, fantasia? Io non l’ho capito. E temo che non l’abbia capito nessuno. I soldi ci vogliono, è chiaro, ma per fare cosa? Non ho trovato in lei ancora un guizzo, un colpo d’ala”. Concludendo con un gioco di parole impietoso: “È sempre meglio essere bollato come quello con la pistola che come pistola e basta“. Parole in perfetto côté con quelle affidate al Fatto da Vittorio Feltri, capolista di Fratelli d’Italia, cioè uno dei partiti principali a sostegno di Bernardo: “Non è all’altezza. Un conto è gestire il reparto, un altro quel bordello della politica. È un po’ debole, per essere chiari”. E non aveva ancora visto niente.

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