L’operazione Cattelan su Rai1 parte con un flop pesantissimo. “Da Grande”, il nuovo show in due puntate, affonda negli ascolti la rete ammiraglia del servizio pubblico, portando il grande evento non solo dietro Canale 5 ma anche Rai3. Al debutto lo spettacolo, in onda dalle 21.32 alle 00.06, ha ottenuto solo 2.347.000 spettatori con il 12,67% di share, superato da “Scherzi a parte” condotto da Enrico Papi visto da 2.879.000 con il 15,21%. Calante ma vincente. La serata la porta a casa Rai3 con la finale degli Europei di Pallavolo Italia-Slovenia, in onda dalle 20.32 alle 23.09, vista da ben 3.408.000 e il 15,84%.

L’operazione si rivela deludente anche sul target giovani, nella fascia 15-34 anni ottiene solo il 9,3%, doppiato dal titolo di Canale 5 al 17,5%. La Rai per l’occasione ha schierato l’artiglieria pesante, quella dei grandi eventi. Mega budget si sussurra a Viale Mazzini (facilmente intuibile per i conoscitori dell’abc televisivo), studio imponente, un battage pubblicitario clamoroso, quasi ai livelli sanremesi. La fuga dal sabato sera, dopo l’annuncio alla presentazione dei palinsesti, per evitare il confronto con Maria De Filippi e “Tu si que vales”, la concessione di un doppio appalto esterno (produzione Fremantle, ospiti musicali appaltati a Friends&Partners) e la presenza nello show di grandi volti: Carlo Conti, Antonella Clerici, Paolo Bonolis, Marco Mengoni, Luca Argentero, Blanco, Elodie, Il Volo e in voce Michele Guardì.

Tradotto: più di così non si poteva. L’azienda pubblica ci ha puntato, forse anche troppo, sulla “giovane promessa” senza un percorso in punta di piedi ma partendo dal piedistallo. Esponendo un volto promettente al rischiosissimo aut aut: “Successo obbligato”. Nessuna palestra su una rete minore del gruppo, nessun passaggio precedente in fasce differenti sulla stessa rete: l’azzardo è servito.

Per lo spettatore medio della tv generalista Cattelan è uno sconosciuto, così si assiste all’unico caso in cui in uno show tutti gli ospiti sono più noti del conduttore. E se è vero che tra le nuove leve è forse l’unico meritevole di una certa attenzione, dopo la buona prova a Sky, è anche vero che l’età sulla carta d’identità non rappresenta un merito. Il “tifo per i giovani” a prescindere è una narrazione buonista (ma che siamo in un film di Nanni Moretti?, cit) che danneggia il presentatore di Tortona: ha le carte in regola per essere giudicato per le sue competenze.

La tv ha bisogno di shock, i rischi bisogna prenderseli ma lo show trasmesso ieri sera non si è mostrato innovativo sul piano del linguaggio. Da Grande” è una versione extra large di “E poi c’è Cattelan, ne copia proprio alcuni blocchi, non ne allarga la visione. Inserisce i volti di rete per rassicurare il target di riferimento, pensando a Rai1 come qualcosa che gli è stato raccontato ma non conosce. “E’ un varietà”, avevano assicurato. A Viale Mazzini sanno come si fa, non hanno certo bisogno dell’effetto “wow” copiato da una rete di nicchia. Il padrone di casa finisce spesso in una autocelebrazione eccessiva, prova a districarsi in diretta con una scaletta completamente da rivedere e una scrittura non sempre efficace. Uno show che avrebbe potuto dire la sua su Rai2 o Rai3, più incline al fighettismo di nicchia e ai riferimenti metatelevisivi, ma che sulla prima rete ha l’effetto di una presuntuosa intrusione non innovativa.

Cattelan non è il nuovo Pippo Baudo. Punta ad essere una versione smart e “americana” di Fiorello, senza avere lo stesso talento, la stessa empatia e lo stesso guizzo. Quando lo showman siciliano sbarcò su Rai1 con “Stasera pago io” aveva 40 anni, come Cattelan. Grazie al produttore Bibi Ballandi fece lo scatto della carriera pensando da Rai1, uno scatto di testa e di percorso in cui evitava il copia e incolla delle precedenti esperienze. Il paragone, oltre che impossibile sulla carta, è da evitare.

Come resta inspiegabile l’azzardo in conferenza stampa: l’accostamento a Fabrizio Frizzi, con imbarazzo palpabile del presentatore per l’assurdo paragone. Cattelan è il format, quello di Sky. Senza passi avanti, senza un percorso evolutivo. Come dicevamo, “E poi c’è Cattelan” diventa “Da Grande” su Rai1, dura tre ore e si regge sugli ospiti che non sempre sono valorizzati: la Clerici versione “amica badante” non spicca, per Bonolis c’è un finale pasticciato, Argentero e Il Volo vengono coinvolti in blocchi molto lunghi. Si salvano Carlo Conti, furbo a limitarsi a una gag ben riuscita e registrata, il medley di Mengoni ed Elodie sempre più versione showgirl. L’esibizione di Blanco sul finale viene ripresa da Cattelan con una diretta Instagram (dal suo profilo, perché non da quelli Rai?). C’è la pubblicità, spot di Netflix e Vodafone. Proprio sulla piattaforma sbarcherà con un nuovo titolo tra qualche mese, con la Rai solo un contratto a progetto. Quello che piace a Cattelan, l’azienda ha eseguito. La domanda resta: operazione coraggiosa o azzardata? L’auditel ha fornito la sua risposta. Bocciatura.

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‘Da Grande’ fa flop su Rai 1 ma per me Cattelan resta il più interessante nel triste panorama tv

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