Vogliamo l’elettrificazione del trasporto, pubblico e privato? Allora occorre immettere 70 Gigawatt di potenza elettrica di rimpiazzo nei prossimi nove anni. Il che significa circa 8 Gigawatt all’anno. Energia che deve essere ottenuta da fonti pulite capaci di sostituire petrolio, gas e carbone. Ovvero fonti rinnovabili come il solare, l’eolico e l’idroelettrico. L’unica che fornisce elettricità in modo continuo, 24 su 24, è l’idroelettrico, sempre che ci sia sufficiente acqua nei bacini. Eolico e solare non sono prevedibili. Se non c’è vento le pale non girano. Di notte il pannello fotovoltaico non converte.

Servono sistemi di accumulo: pompare acqua nei bacini idroelettrici, produrre idrogeno, pacchi batteria. L’utenza (chissà come mai, devono essere tutti nemici dell’ambiente), non se ne preoccupa più di tanto e vuole energia elettrica anche di notte. Profondamente ostici all’ecologia sono di certo le tante famiglie che (accordo complottista?), provocano il sabato mattina una feroce domanda di energia, mettendo a rischio la gestione della rete, quando avviano la lavatrice settimanale. Per non parlare di coloro cui non piace sudare nella stagione estiva e fanno andare a palla condizionatori e altri dispositivi di raffreddamento, contribuendo a generare picchi di richiesta dell’ordine di 63 GW (dato 2020).

Da leggere il pregevole studio “Scenari della domanda elettrica in Italia 2016-2026”. Andate a pagina 44, tabella 15, 16 e 17. “Previsione della domanda elettrica in energia”. Dati e fatti. La domanda elettrica nel 2010 è stata di 330,4 TW. La previsione al 2026, a seconda dello scenario base, o di sviluppo, parla di 324,5 o di 341,3 TW. A seguito di conteggi di indubbia difficoltà, occorre effettuare una sottrazione, se ne ricava che mancano all’appello dai 7,6 ai 24,4 TW. TW sta per Terawatt. 1 Terawatt sono 1000 Gigawatt. 1 Gigawatt sono 1000 Megawatt e 1 Megawatt sono 1000 Kilowatt. Dunque 1 Terawatt è pari a un miliardo di Kilowatt. Un’utenza domestica ha di solito un contatore da 4,5 Kilowatt…

Continuando a leggere, cercando le stime per la domanda di potenza alla punta, si trova che nel 2021 nell’ipotesi di “Scenario base” occorrono 61,9 GW, che crescono a 62,8 GW nel 2026. Invece, nello “Scenario di sviluppo”, i valori sono 64,1 GW per il 2021 e 66,3 GW per il 2026.

Ammesso e non concesso che si riesca a trovare il modo di produrre e/o importare l’energia richiesta, come si fa a distribuirla? Trattasi di attività di responsabilità di Terna SpA e del Gruppo Terna. Gestivano in Italia nel 2016, 66mila chilometri di linee e cavi e 861 stazioni elettriche. A titolo di curiosità, 1825 chilometri di linee e cavi sono interrati, mentre altri 1463 chilometri sono sottomarini (Riferimenti a questo link).

Non bastano, servono nuovi elettrodotti. Si può solo immaginare la rivolta di popolo se si decidesse di costruirli, viste le proteste che genera un semplice parco eolico. Nei prossimi 20 anni più di un terzo degli investimenti nel settore elettrico in tutta Europa sarà rivolto proprio alle reti, per un ammontare di circa 1.100 miliardi di euro. Si prevede la nascita del movimento No Grid o No Watt, oppure No Volt…

L’Italia vuole raggiungere l’obiettivo della de-carbonizzazione. Intende (giustamente) chiudere tutte le centrali a carbone entro il 2025. Al contempo deve soddisfare la domanda di energia elettrica del Paese, picchi compresi. Se ne deduce che è necessario ricorrere in modo massiccio alle fonti d’energia pulita (rinnovabili al 30%, che sono però frenate da un mercato elettrico ormai superato dalla trasformazione della struttura industriale e tecnologica del settore).

“Servono segnali di prezzo efficaci per aiutare chi investe in rinnovabili e per rendere flessibile il sistema elettrico – dice Alessandro Marangoni, economista Ceo di Althesys, a capo del team di ricerca che ha curato la IX edizione del Rapporto “Le performance delle utility italiane. Analisi delle 100 maggiori aziende dell’energia, dell’acqua, del gas e dei rifiuti” (24/2/2021) – “Bisogna ridurre le distorsioni generate da un mercato concepito ormai vent’anni addietro. Il recepimento degli indirizzi europei sul mercato interno dell’energia elettrica sarà un’opportunità per innovare, ma poi bisognerà andare oltre. L’obiettivo è mettere in pratica quel piano energia e ambiente che, dal confronto internazionale, appare fra i più avanzati in Europa”.

Il nostro Paese ha infatti deciso di dare l’addio al carbone molto prima della Germania (2038) e della Spagna (2030). La Francia, pur prevedendo un’uscita dal carbone più ravvicinata (2022), alle prese con la lunga e complessa gestione delle centrali nucleari, vuole coprire il 44% dei consumi primari con il nucleare, e un ulteriore 33% con le rinnovabili.

“L’Italia – ha commentato Marangoni – si pone all’avanguardia nella corsa alla de-carbonizzazione del sistema energetico, con un piano di chiusura delle centrali a carbone entro cinque anni, ma restano aperte diverse questioni che il sistema energetico è chiamato ad affrontare. Prima fra tutte quella degli impianti di generazione, delle reti e degli accumuli, sia batterie che pompaggi idroelettrici per le quali è necessario uno sblocco autorizzativo al fine di accelerare i progetti”. In altre parole, tante questioni aperte da risolvere. Troppe?

Dati e fatti sanciscono che il sistema elettrico italiano non è adeguato alle prossime necessità, soprattutto nel caso di picchi consistenti, che non potranno essere garantiti. Modo elegante per dire che se ci saranno dei black out, nessuno degli addetti si sorprenderà. Nulla viene detto in merito agli utenti, ma è prevedibile la loro totale insoddisfazione.

È necessario ricorrere in modo massiccio all’insieme delle tecnologie disponibili, combinandole in modo ottimo in base alle specifiche necessità. Occorre riprogettare la rete di distribuzione, introdurre architetture innovative. Mettere in posto comunità energetiche di piccola scala. Spingere il risparmio energetico. Installare sistemi distribuiti di generazione e di accumulo energetico. Occorre farlo alla svelta. Va bene discutere e dialogare per decidere, però sapendo che esiste un orizzonte temporale non modificabile. Il tempo è tiranno.

Ci possiamo aspettare, anche in questo caso, tristemente, le dinamiche tribali che si manifestano ogni qualvolta si parla di tecnologia. Vedere, per esempio, il nucleare, gli organismi geneticamente modificati, i combustibili fossili, i vaccini. Ogni volta si formano due, e solo due, fronti contrapposti. I pro e gli anti. Segni distintivi: mancanza totale di fiducia reciproca, denigrazione continua, argomentazioni irrazionali, rifiuto totale di riconoscere che la controparte possa esprimere posizioni ragionevoli e di buon senso.

I pro-tecnologia sistematicamente negano o nascondono eventuali rischi e accusano gli altri di luddismo. Gli anti-tecnologici sono certi che i rischi sono insuperabili e che i problemi non sono risolvibili. Se un membro dello schieramento pro è sufficientemente onesto da riconoscere che il problema esiste è considerato traditore della causa e viene espulso. Il che è cosa oltremodo dannosa, perché esiste un’elevata probabilità che si tratti di un esperto in grado di risolvere o contribuire a risolvere il problema. Se un membro del fronte anti discute un possibile accordo, anch’egli è un traditore, perché la tecnologia è diabolica. Non i suoi possibili effetti. Quindi solo gli estremisti di ciascun schieramento possono parlare. Di solito dicono sciocchezze, ma nessuno osa dire che il re è nudo.

Non appena Roberto Cingolani, fisico prestato alla politica, ha accennato alla possibilità di verificare se (e si sottolinea se) gli sviluppi delle tecnologie di utilizzo dell’energia nucleare per applicazioni civili siano tali da contribuire alla soluzione dei problemi energetici, non solo del nostro paese, ma globali, gli schieramenti si sono risvegliati. Nucleare sì, nucleare no, nucleare mai, nucleare in Lombardia. Senza discussioni, senza dialogo. La tecnologia non conta. Tutto viene buttato in politica. Non nell’interesse dei cittadini, ma nell’interesse dei politici stessi. Senza alcun senso della vergogna. Dicono tutto e il contrario di tutto. Tanto l’elettore dimentica. Che tristezza.

Vale la pena ricordare che in Italia non c’è mai stato un referendum pro o contro il nucleare. Nessuna delle norme poste in votazione nel novembre 1987 chiedeva se si era favorevoli o contrari al nucleare. Si chiedeva se abrogare o meno le norme che seguono.

La prima attribuiva al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) il potere di determinare le aree dove insediare le centrali elettronucleari, nel caso non lo facessero le Regioni. I sì, favorevoli all’abrogazione, furono il 70,4% e i no il 16,9%. La seconda autorizzava l’Enel a versare contributi a Regioni e Comuni in proporzione all’energia prodotta sul loro territorio con centrali nucleari o a carbone; (69,1% sì; 17,6% no). La terza consentiva all’Enel di “promuovere la costruzione” di impianti elettronucleari “con società o enti stranieri” o anche “assumere partecipazioni che abbiano come oggetto la realizzazione e l’esercizio di impianti elettronucleari” all’estero. (63% sì; 24,7% no). (Il referendum abrogativo riguardava cinque norme. Oltre alle tre sopra elencate le altre due vertevano sulla responsabilità civile dei magistrati e sulla Commissione inquirente dei reati ministeriali.)

Repetita juvant: si è votato Sì per l’abrogazione delle norme oppure No per tenerle in vigore. Nessuno dei quesiti referendari aveva come oggetto l’abbandono del nucleare in Italia. Agli italiani non è mai stato chiesto, non è mai stata data l’opportunità di esprimersi in modo chiaro ed esplicito sull’energia nucleare per applicazioni civili. La politica ha deciso, non i cittadini. La chiamano democrazia. I tanti componenti degli schieramenti tribali, comunque, preparano le armi. Anzi, le clave. I pochi altri speriamo si indignino.

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