Purtroppo abbiamo un ministro per la Transizione ecologica che di transizione ecologica non ha capito niente. Il fatto più grave è che non si tratta di mancanza di informazione ma, più semplicemente, di incapacità a comprendere che una vera transizione comporta il passaggio a una concezione totalmente diversa da quella che sino ad ora ha improntato il nostro sviluppo, e che non si tratta di una scelta ma di una necessità che non consente indugi e, quindi, non è programmabile con tempi valutati con criteri “normali”.

Ecco perché non ha senso dire, come fa Roberto Cingolani, che “la transizione deve essere sostenibile altrimenti non si muore di inquinamento ma di fame” se non si aggiunge che, in ogni caso, una volta superati i limiti imposti dall’ecosistema, non può esserci alcuna transizione ecologica.

Non sono gli ambientalisti radical-chic ma le Nazioni Unite a ricordarci che ormai il pianeta è agli sgoccioli, anzi, probabilmente è già troppo tardi per rimediare ai gravissimi guasti già apportati al nostro habitat. E, del resto, l’impressionante escalation di eventi distruttivi provocati dal cambiamento climatico lascia ben pochi dubbi in proposito. Eppure, si continua a cianciare di “sviluppo sostenibile” inteso nel senso di qualche pennellata di verde “sostenibile” per questa economia, anzi, meglio ancora, diretta a a massimizzare i profitti in nome dell’ecologia, senza mettere minimamente in discussione i valori su cui si basa il nostro “sviluppo”. Come se bastasse passare dalle auto a benzina a quelle elettriche.

Tanto è vero che il termine “sviluppo” viene usato come sinonimo di “crescita” economica (il solito Pil) senza limiti: pericolosa utopia evidenziata invano con chiarezza, mezzo secolo fa, da Aurelio Peccei e dal Club di Roma. Ribadita, peraltro, anche se in modo più sfumato dalle Nazioni Unite che definiscono la Green Economy “un’economia che produce benessere umano ed equità sociale, riducendo al tempo stesso i rischi ambientali e le scarsità ecologiche. Nella sua espressione più semplice, un’economia verde può essere pensata come un’economia a basse emissioni di anidride carbonica, efficiente nell’utilizzo delle risorse e socialmente inclusiva”.

L’ultimo esempio viene dalla “stangata” sulle bollette di gas ed elettricità dovuto, con tutta evidenza, all’aumento del prezzo dei combustibili fossili su cui si fonda la nostra economia; cui si sta tentando di rimediare con una sforbiciata delle tasse senza neppure programmare seriamente un immediato passaggio massiccio dal fossile alle energie rinnovabili.

Insomma, al di là degli slogan e delle chiacchiere, un governo che veramente voglia attuare la transizione ecologica deve programmare e iniziare ad attuare immediatamente un tipo di sviluppo totalmente diverso che non continui a rapinare risorse ormai in via di esaurimento, ma sia modulato sulla rinnovabilità e sia basato sul risparmio, sul riuso, sul recupero del territorio, sul soddisfacimento di bisogni (come la cultura) non solo materiali eccetera.

Come si legge nell’Enciclica “Laudato si’”, “un percorso di sviluppo produttivo più creativo e meglio orientato potrebbe correggere la disparità tra l’eccessivo investimento tecnologico per il consumo e quello scarso per risolvere i problemi urgenti dell’umanità; potrebbe generare forme intelligenti e redditizie di riutilizzo, di recupero funzionale e di riciclo; potrebbe migliorare l’efficienza energetica delle città; e così via. La diversificazione produttiva offre larghissime possibilità all’intelligenza umana per creare e innovare, mentre protegge l’ambiente e crea più opportunità di lavoro”.

Obiettivi che, di certo, non possono neppure essere seriamente ipotizzati se ci si continua ad affidare alla “libera economia” e alla “globalizzazione”. Purtroppo, di questo programma non v’è traccia nella transizione ecologica del ministro Cingolani e di questo governo.

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