“È facile oggi fare il vescovo?” Se lo chiedeva san Paolo VI negli anni burrascosi del post Concilio, ma la domanda è più attuale che mai. Lo sottolinea monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia e autorevole biografo di Montini, nel volume da lui curato e intitolato Povero cuore di vescovo! (Edizioni Viverein). “In Italia, – scrive Sapienza riprendendo le parole del Papa bresciano – erede di un’ottima, ma forse ormai un po’ stanca e consuetudinaria formazione religiosa, ‘nessuno vorrà dire che sia facile oggi fare il vescovo!’”

“Ci vuole coraggio, – chiosa Sapienza – ci vuole fede per rispondere a una tale vocazione. Forse è per questo che sempre più spesso si ripetono casi di candidati all’episcopato che non accettano una simile investitura. Lo ricorda lo stesso Paolo VI: ‘Non ci sorprende notare spesso come candidati chiamati all’episcopato cerchino di declinare tale ufficio, che oggi non solo per le sue intrinseche esigenze, ma anche per tante estrinseche difficoltà sembra essere diventato incomportabile”.

Il prelato riporta una frase significativa di Andrea Riccardi, storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio: “Il vescovo parla tanto: esercizi spirituali, omelie, colloqui, prolusioni, lettere pastorali, appelli, dichiarazioni”. Ma anche la testimonianza di un anziano presule: “Se pur ci fosse stata una punta di vaghezza, nel desiderare l’episcopato, l’amara esperienza dopo soltanto un anno ti riporta alla triste realtà! Diffidenza, difficoltà, ostilità, avversità; divisioni e opposizioni nel clero; rifiuto di impegno da parte dei laici. La grande tentazione è quella della disperazione e della sfiducia. In fin dei conti: il vescovo è una vittima!”

Per Sapienza “il vescovo si sente impotente, deluso, frustrato pastoralmente. Non gli resta altro che gratificarsi accusando la società di non volerne più sapere di Dio e di Chiesa, tutta protesa com’è alla sola ricerca di un benessere terreno. E, nondimeno, c’è ancora chi desidera, con una certa dose di incoscienza, ardentemente ‘fare carriera’, desiderando l’episcopato”.

Parole in piena sintonia con quelle di Francesco che, ordinando recentemente alcuni sacerdoti, ha sottolineato come “un tempo, nel linguaggio di un tempo, si parlava della ‘carriera ecclesiastica’, che non aveva lo stesso significato che ha oggi. Questa non è una ‘carriera’: è un servizio, un servizio come quello che ha fatto Dio al suo popolo. E questo servizio di Dio al suo popolo ha delle ‘tracce’, ha uno stile, uno stile che voi dovete seguire. Stile di vicinanza, stile di compassione e stile di tenerezza. Questo è lo stile di Dio. Vicinanza, compassione, tenerezza”.

Nel libro, Sapienza ricorda, inoltre, che “anche il curato di campagna di Bernanos, denunciando ‘l’arte pretina: umile e ipocrita’, parla così di coloro che arrivano al sacerdozio solo per fare carriera: ‘Succede che degli allievi mediocri, maldotati, accedano ai primi posti. Non vi brillano, beninteso’”.

“Un anziano sacerdote – scrive ancora Sapienza – racconta che per tutta la vita aveva desiderato diventare vescovo. In gioventù, partecipando a qualche ordinazione episcopale, durante il rito si univa al candidato, rispondendo ‘sì, lo voglio!’, alla domanda del consacrante. Passavano gli anni, e la nomina non arrivava. Sempre durante il rito di consacrazione, cominciava a rispondere: ‘Sì, lo vorrei!’. Ormai anziano, sconsolatamente si trovava a rispondere: ‘Sì, lo avrei voluto!’. E si racconta di un officiale che scalpitava per diventare vescovo. Il suo superiore aveva coniato un consiglio bonario che dava ai collaboratori: ‘Dategli quello che chiede, per non dargli quello che vuole’. E il diretto interessato, vedendo ormai sfumare il suo desiderio, andava ripetendo: ‘Mordere non posso, lasciatemi abbaiare!’”

Eppure l’episcopite è un virus dal quale gli uomini di Chiesa non saranno mai vaccinati. Lo disse con estrema lucidità proprio san Paolo VI parlando ai suoi più stretti collaboratori all’inizio del suo pontificato: “Non sia pertanto la Curia romana una burocrazia, come a torto qualcuno la giudica, pretenziosa e apatica, solo canonista e ritualista, una palestra di nascoste ambizioni e di sordi antagonismi, come altri la accusano; ma sia una vera comunità di fede e di carità, di preghiera e di azione”. “La Chiesa – fa eco Sapienza – è servizio; l’autorità è servizio: non vi può essere posto per il desiderio di carriera e di onorificenze”. Come Bergoglio ricorda sempre.

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