Quello che si temeva è accaduto: con l’approssimarsi della scadenza, fissata per legge, dei due anni di detenzione senza processo e dopo due interrogatori a metà luglio e il 9 settembre, Patrick Zaki va a processo.

La prima udienza si terrà giovedì 14 settembre a Mansoura. Tratto dall’enorme castello di prove segrete che la procura egiziana ha costruito nei suoi confronti, Patrick dovrà rispondere di un articolo scritto nel luglio 2019 sulla lotta della minoranza cristiano copta (di cui fa parte la famiglia Zaki) per pretendere il rispetto dei suoi diritti e la fine della discriminazione su base religiosa.

Per quell’articolo, Patrick dovrà è accusato di diffusione di notizie false all’interno e all’estero dell’Egitto tali da recare disturbo alla sicurezza pubblica, diffondere allarme e danneggiare gli interessi pubblici. A quanto pare, tra le accuse non c’è quella di terrorismo e questa sarebbe l’unica buona notizia.

Patrick rischia una multa o una condanna fino a cinque anni di carcere o l’una e l’altra.

Se era urgente un’azione diplomatica seria del governo italiano per evitare che lo studente dell’Università di Bologna che per il Parlamento è nostro concittadino fosse rinviato a giudizio, ora che inizia il processo ogni minuto che trascorre senza pressioni politiche sul Cairo rischia di andare colpevolmente perso.

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