Immobile, bloccato da un problema muscolare e rientrato a Roma anzi tempo. Insigne, liberato per problemi personali. Zaniolo e Pellegrini, non convocati. Sensi, rispedito a Milano salvo poi rassicurare tutti sui social di star bene (e far irritare Mancini). Tutti malati (immaginari?) in nazionale. Tutti titolari, protagonisti o comunque abili e arruolabili in campionato. La maglia azzurra è bella solo quando c’è da vincere agli Europei. Poi, per calciatori e tifosi diventa un peso.

La sosta per le nazionali, soprattutto quella di settembre, che arriva subito dopo l’inizio del campionato spezzandone lo slancio, è da sempre odiata da tutti: temuta dagli allenatori che perdono pedine, criticata dai tifosi che avevano appena riabbracciato le loro squadre del cuore, mal sopportata dagli stessi calciatori che lavorano per entrare in forma. Stavolta però, complice il Covid, le complicate trasferte intercontinentali, l’allungamento della finestra disposto dalla Fifa con la necessità di giocare ben tre partite (e non le solite due), la nazionale è stata proprio bistrattata.

Dopo il secondo match contro la Svizzera, si è assistito a un disdicevole fuggi-fuggi da Coverciano: chi per un motivo, chi per l’altro, almeno cinque titolari azzurri sono tornati a casa, o rimasti in tribuna, senza contare quelli che hanno preferito riposare in panchina. Degli assenti, solo Chiesa ha poi saltato anche la gara di campionato. Mentre i rispettivi fan delle varie squadre sbraitavano sui social contro le convocazioni dei propri idoli, insultando il ct Mancini che li schierava mettendoli a rischio infortunio o semplicemente stancandoli, ventilando improbabili complotti per favorire questa o quella società. Vero che di fronte c’era solo la modesta Lituania, contro cui bastavano (e avanzavano, come dimostrato dal risultato) le seconde e terze linee. Ma si trattava pur sempre di una gara decisiva, che in caso di passo falso ci sarebbe costata la qualificazione a Qatar 2022. Un trattamento davvero avvilente, per la nazionale che solo qualche mese fa aveva fermato un Paese intero per il trionfo a Euro 2021.

Nessuno vuole questionare la gravità dei vari infortuni, ma la domanda è semplice: a parità di condizione, se ci fosse stata una partita decisiva di Champions con la squadra di club e non la nazionale, quanti avrebbero stretto i denti? La risposta è che siamo tutti bravi a tifare (e in fondo, anche a giocare) per la nazionale, a giugno e luglio, quando il campionato è finito e in ballo c’è la gloria di Mondiali ed Europei. Poi, se si tratta di faticare durante la stagione contro squadrette della periferia del continente, ecco che vengono fuori i mugugni e la disaffezione. Dimenticandoci però che senza queste partite non ci sarebbero quelle che poi ci fanno emozionare tanto (e noi che abbiamo già perso un Mondiale di recente in un playoff con la Svezia dovremmo saperlo bene).

Attenzione, questo non vuol dire che il problema nazionali non esista. Anzi, è terribilmente concreto, sempre più grave col passare degli anni, il moltiplicarsi delle partite e l’allungarsi delle trasferte. Il rischio di infortuni che poi possono compromettere coppe e campionati c’è e lo abbiamo visto anche stavolta (prendiamo Bastoni ad esempio, uno dei pochi a non essere risparmiato e poi indisponibile per l’Inter). Però la maglia azzurra (e quelle delle altre nazionali) davvero non merita di essere trattata in questo modo.

Questa è la ragione per cambiare. Nella sua megalomania (con la folle idea dei Mondiali ogni due anni) la Fifa una proposta buona l’ha lanciata in vista del 2024, che sarà un anno spartiacque perché c’è la possibilità di rivedere i calendari: raggruppare le tante, troppe inutili soste della nazionale in un’unica, grande finestra. La sosta non si può cancellare come vorrebbero tanti tifosi ingrati dalla memoria corta, perché la nazionale non vale meno delle squadre di club e merita il suo spazio, ma modificare sì. Coi ritmi del calcio moderno, avere ben quattro pause (settembre, ottobre, novembre e marzo) davvero non ha senso, neppure per le nazionali che si ritrovano per pochi giorni con i giocatori catapultati da mezzo mondo e la necessità di preparare due o tre partite (spesso inutili). Meglio un solo mese (ottobre o settembre), però interamente dedicato alle nazionali, in cui disputare tutte le fasi di qualificazioni, possibilmente con delle formule più accattivanti: i ct avrebbero a disposizione i calciatori abbastanza a lungo per costruire un gruppo e un’identità tattica vera, le energie dei giocatori verrebbero risparmiate per le gare di club e anche i tifosi si appassionerebbero. È una questione di buon senso. E anche di rispetto. Per la maglia azzurra.

Twitter: @lVendemiale

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