C’è qualcosa che torna, negli ultimi vent’anni, in ciò che i media e la politica occidentale ci raccontano sul terrorismo internazionale, ed è la rappresentazione semplice, basilare, e come tale efficace, di una lotta eroica contro un nemico oscuro, forte e difficile da sconfiggere.

Già il primissimo discorso che George W. Bush fece in televisione la sera dell’11 settembre 2001, nel tentativo di rassicurare il mondo dopo l’immane tragedia, contrappose un polo, quello guidato dagli Stati Uniti, che rappresentava la libertà, la giustizia e la pace, a un altro polo, quello dei terroristi e dei loro fiancheggiatori, che rappresentavano la morte, la violenza e l’omicidio di massa.

Ma quella sera Bush fu ancora più radicale ed esplicito, perché parlò non solo di terrorismo ma di guerra, una guerra che di lì a pochi giorni avrebbe dichiarato all’Afghanistan, che vedeva schierati, da un lato, “tutto ciò che è buono e giusto nel nostro mondo” (all that is good and just in our world), rappresentato dagli Usa, dall’altro, la “malvagità” (evil), ovvero “il peggio del peggio della natura umana” (the very worst of human nature). Ricordo fra l’altro che, subito dopo, l’insieme di operazioni militari che gli Stati Uniti e i loro alleati (all’epoca Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania, Canada, Australia, Polonia) avviarono in Afghanistan, fu all’inizio denominato Infinite Justice e poi Enduring Freedom: una giustizia infinita, una libertà destinata a durare nel tempo.

Era insomma – letteralmente – una guerra del Bene contro il Male, dei Buoni contro i Cattivi. Un Male e un Bene visti come assoluti, senza sfumature né dubbi. La contrapposizione fra il Bene e il Male fu ancora più esplicita nei sei appelli alla nazione con cui nei giorni successivi Bush spiegò la decisione di dichiarare guerra all’Afghanistan, cosa che avvenne il 7 ottobre 2001. C’era bisogno di tanta radicalità e durezza, dopo lo shock collettivo che il mondo era stato costretto a subire, e gli speech writers della Casa Bianca riuscirono a metterla in bocca persino a George W. Bush, di solito assai meno incisivo.

Fu un discorso talmente ben congegnato, che dieci anni dopo, la sera del 1° maggio 2011, giorno in cui fu catturato e ucciso Osama Bin Laden (identificato come colui che stava dietro all’attacco alle Twin Towers), Barack Obama, diversissimo da Bush per caratteristiche politiche (lui democratico, Bush repubblicano) e personali (lui abile comunicatore, Bush pessimo), pronunciò un discorso che riprendeva punto per punto quello di dieci anni prima. Ancora una volta c’erano gli Stati Uniti, da una parte, come simbolo di libertà, prosperità, uguaglianza, giustizia, sicurezza, determinazione, pace (questo era l’elenco di Obama), mentre dall’altra parte c’era un nemico che non era altro che il Male.

Tutto ciò accadeva solo nel 2001 e nel 2011? Niente affatto. Opposizioni così radicali hanno contraddistinto, dal 2001 in poi, molta comunicazione occidentale mainstream sugli atti di terrorismo in Europa e nel mondo, rivendicati da Al Quaeda, prima, e dallo Stato Islamico (IS) poi. Dopo ogni attentato, puntualmente, le immagini di George W. Bush, prima, e di Barack Obama, poi, sono state contrapposte a quelle di Osama Bin Laden, personalizzando il conflitto, come se la complicatissima situazione che sta dietro al terrorismo internazionale potesse essere ridotta a una lotta fra due singole persone.

In modo analogo, in anni più vicini, le immagini del volto di Donald Trump sono state spesso accostate, per contrasto, talvolta a quelle di Abu Bakr al-Baghdadi, comunemente considerato, finché era vivo, il leader dell’IS, altre volte alle sagome nere di anonimi combattenti dello Stato Islamico. Non dimentichiamo, fra l’altro, che la lotta contro l’IS, con le inevitabili semplificazioni, è stata un asse portante, nel 2016, di tutta la campagna elettorale di Donald Trump contro Hillary Clinton.

E arriviamo ai giorni nostri. Certamente, dopo il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, il discorso di Joe Biden non poteva assumere i toni né riprendere i contenuti di dieci o vent’anni fa. Ma qualcosa, nelle parole che ha pronunciato dopo l’attentato kamikaze a Kabul, in cui gli Usa hanno perso una dozzina di uomini, un po’ ricorda i toni minacciosi dei suoi predecessori: “Noi non dimenticheremo – dice Biden con lo sguardo in camera, come se avesse di fronte i terroristi – non perdoneremo, vi inseguiremo fino agli inferi e ve la faremo pagare”.

Insomma, la struttura narrativa semplice degli eroi americani che combattono il male è sempre a disposizione, pronta a funzionare ancora una volta, se ce ne fosse bisogno. Per quel che riguarda la politica statunitense, una delle ragioni per cui George W. Bush fu rieletto per il secondo mandato sta proprio in questo racconto, e altrettanto si può dire dell’elezione di Donald Trump. Per quel che riguarda i media internazionali, domandiamoci: che ruolo svolge questa favola semplice nell’impedire inchieste e approfondimenti sulle condizioni storiche, geopolitiche e sociali che stanno dietro al terrorismo internazionale? Infine, quando gli approfondimenti si fanno, quanto è più facile cedere a questo racconto invece di rendere più accessibili, al di fuori di élite ristrette, competenze che permetterebbero di comprendere meglio cosa accade nel mondo da vent’anni?

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