È la stampa bellezza. E una recensione di un libro o di uno spettacolo teatrale costa almeno 150 franchi (di metà dell’ottocento). Badate bene: recensione della stessa opera che può variare, da bella a brutta (e viceversa), a seconda del committente, che sia editore, impresario, o anche solo un amante, più determinato e danaroso. Benvenuti ad Illusions perdues, il film diretto dal francese Xavier Giannoli, in Concorso a Venezia78, tratto da un romanzo di Honore de Balzac, dove tutto ma proprio tutto, dagli articoli di giornale alla reputazione di un uomo, da un documento reale per stabilire la quantità di sangue blu nelle vene all’amore per una persona, ha un prezzo prestabilito e salatissimo. Dicono, gli attori e il regista del film, che Illusions perdues è un film sulla nascita del più rapace capitalismo e sul suo naturale corollario, leggasi profitto, mescolato proprio al mondo dell’informazione. Una dinamica che non si ferma di certo oggi di fronte alle verginali webstar social.

Niente di più vero per un feuilleton storico dal ritmo inesausto e dalla narrazione compatta e coinvolgente. Siamo negli anni trenta dell’ottocento, provincia dell’Angouleme. Lucien (Benjamin Voisin, visto di recente in Estate ‘85 di Ozon), figlio di farmacista e di mamma di origine aristocratica, è un ragazzotto di campagna dal furore letterario che armeggia con l’inchiostro in una tipografia. Un po’ Barry Lyndon ma più leziosamente aggraziato (Redmond Barry non il film, sia chiaro) e un po’ D’Artagnan senza spadino, Lucien per amore (e sesso) con la bella contessa Louise (Cecile de France) che ne apprezza le doti di poeta, sceglie di trasferirsi segretamente a Parigi per non creare ulteriore scandali di fronte al vecchio nobile marito di lei e alle chiacchiere di paese. Solo che nella capitale tentacolare, ruoli e lignaggio, identità e dinamiche sono identiche a quelle delle campagna. Lucien verrà così allontanato dall’entourage della contessa, stante il fastidio dell’alta società nobiliare che le ruota attorno compresa l’influente a corte marchesa D’Espar e al barone di Chatelet. Ridotto allora ai lavori più umili Lucien incontra per caso il giovane direttore di un quotidiano provocatore che viste le sue doti di scrittura lo ingaggia come giornalista, recensore di libri e spettacoli.

Articoli che Lucien impara subito a comprendere come vanno scritti: cioè a seconda di chi offre di più. Ancora meglio: la recensione di un libro può essere scritta in un modo e nel suo opposto, basta fare polemica, quindi vendere e tenere in fibrillazione il mercato. Il ragazzo comprende subito la cricca ben pasciuta di denari che gira attorno allo spregiudicato mondo editoriale (sul cui trono svetta un rotondo enorme Gerard Depardieu). La stampa in piena restaurazione postnapoleonica è questa roba qui. Ma attenzione, affinchè tutto proceda secondo i piani di una stroncatura meglio che si olino i meccanismi di una super claque organizzata ogni sera in tutti i teatrini di Parigi da un sornione vecchietto che dirige un gruppo nutrito di “spettatori” prezzolati che passano, a seconda di chi paga di più, dagli applausi sperticati al lancio di ortaggi. E visto che Lucien è parecchio ambizioso, e con penna e calamaio ci sa fare come pochi, ecco che la sua ascesa giornalistica come stroncatore, soprattutto, è rapidissima e apprezzata. Nel vortice dell’ascesa socio-economica, e di un’aura di celebrità che comprende il rapporto con una giovanissima attrice di teatro proveniente dai bassifondi ma dal cuore d’oro, il ragazzo mostra la moneta del disprezzo ai vecchi conti e baroni ai cui piedi si era genuflesso per farsi riconoscere le proprie origini familiari di nobiltà. Guerra che però dura pochino.

Troppi gli interessi in gioco: da quelli del mondo speculativo della finanza nascente, a quelli del sistema pubblicitario in nuce di acquisti di massa perlopiù inutili che prorompe nelle strade e sui giornali; fino a quella classe politica monarchica che mette fine alle cosiddette “libertà” della stampa con armi e arresti. E Lucien che per amore del proprio talento letterario, e stuzzicato nell’ego dallo scrittore di nobili origini Nathan (il regista Xavier Dolan), era tornato a bussare dalle parti dell’aristocrazia tradendo il suo giornale, si troverà senza più sponde a cui appigliarsi, triturato in un meccanismo di potere ovviamente più imponente e devastante di lui e delle suo talento scrittorio. Illusions perdues è una di quelle opere che la critica stitica ama definire con fastidio “classica”. Solo che qui il classicismo, compresa la performance immensa di tutto il cast, è a livelli monumentali.

Giannoli è terribilmente a suo agio tra stucchi, specchi opachi negli angoli, stivali, fazzoletti delle dame, alti colletti inamidati, tozzi di pane e miserie umane, come se fosse realmente il confidente intimo di Balzac. In più affresca un’idea di cinema produttivamente onerosa che vuole essere leggibile narrativamente e concettualmente in maniera profonda e onesta, perfino didattica e premonitrice. Si veda la spiegazione della nozione del termine “bufala”, o del doppio ricavo per un giornale tra notizia e smentita, in mezzo alla brulicante e guascona frenesia della redazione in cui lavora Lucien. “Per scrivere una recensione meglio non leggere un libro”, insegna il direttore amico a Lucien. Per vincere un Leone d’Oro è comunque meglio girare un film come questo Illusions perdues.

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