Solitamente sottoscrivo le disparate petizioni che invadono con una certa insistenza la mia posta mail, a tutela di grandi o piccoli diritti, a denuncia di malefatte occasionali o ricorrenti. Invece ho immediatamente cancellato la richiesta (se ricordo bene, di una trepida fanciulla) che intendeva promuovere una campagna di opinione a tutela del diritto a esibire i propri tatuaggi di un aspirante poliziotto. Una pretesa che mi è apparsa il segno palese e sconfortante dell’assuefazione da branco a una pseudo-cultura omologante, che da tempo va imponendosi promuovendo una sorta di estetica dell’imbruttimento.

Sicché, la giovane che richiedeva il mio sostegno a mezzo firma contro la presunta prevaricazione rivelava chiaramente la propria salda convinzione che impedire a un rappresentante dell’ordine di fare propria quella che per me è la simbologia malavitosa riproposta nel trucido da periferia (dunque, qualcosa ai margini della civile convivenza) contrastasse un legittimo sentire ormai asceso a normalità. Una certezza diffusa, che ora trova conferma negli incontri quotidiani: ieri, viaggiando sull’autobus, mi trovavo di fronte una signora apparentemente insignificante, che da tempo aveva doppiato la mezza età, con le braccia istoriate di decorazioni floreali, mentre dalla camicetta spuntava una figura composta da due rombi intrecciati e policromi, probabilmente simboli di una qualche credenza che mi sfuggiva.

Tempo fa a Madrid, in casa di mio cugino, il figlio aspirante deejay esibiva sulla spalla una macchia bluastra, come un grosso livido. “Cosa hai fatto?”. “È un inserimento artistico!”. Guardai meglio e l’opera d’arte apparve per quello che era: la riproduzione di un animaletto dei cartoni animati. Il ragazzo collezionista sulla propria pelle di “capolavori inimitabili” ormai mi evita con cura da quando gli ho chiesto se mi prendeva in giro; minando così una certezza per lui altamente identitaria.

Ecco dunque il meccanismo mentale su cui si fonda la moda imperante. Moda tradotta nel fenomeno di massa dello sporcare la pelle con ghirigori e scarabocchi, nata probabilmente in età preistorica con funzioni magiche, sopravvissuta nelle culture primitive, più recentemente anche marchio di appartenenza a forme di criminalità estreme; dalla mafia russa alla Yakuza: l’insignificanza alla ricerca di forme esteriori che certifichino la propria eccezionalità attraverso manipolazioni del corpo; ma che – a seguito dell’avvenuta massificazione – diventa soltanto espressione di conformismo alternativo.

Il segno di una fragilità psicologica su cui fa leva l’ennesima operazione commerciale di colonizzazione delle menti. La perfetta prosecuzione di un itinerario avviato negli anni Cinquanta – e tratteggiato dallo storico Eric Hobsbawm – con la scoperta delle capacità di spesa del pubblico giovanile delle classi ai margini; un target diventato primario proprio grazie ai volumi quantitativi di beni low cost acquistati, tradotti in fatturati top. Come si disse, “per la prima volta nella storia delle favole, Cenerentola divenne la reginetta del ballo proprio perché non indossava abiti meravigliosi”. Allora la scoperta dei jeans e della musica “race” evoluta in pop-rock da parte del marketing anglosassone, con la valorizzazione di testimonial middle class – da Elvis Presley a James Dean – che sostituivano gli antichi modelli iconici delle classi superiori ((dal Duca di Windsor a Cary Grant); simboli della rispettabilità borghese.

Dunque, la moda come canale di integrazione e uniformazione che, sotta la spinta parossistica di un business senza freni e contrappesi culturali, è diventata puro intruppamento. Come ha scritto Alessandra Castellani nel suo “Storia sociale dei tatuaggi” (Donzelli 2014), “in questo periodo gli stilisti di moda comprendono che gli universi marginali ed esotici possono costituire uno sconfinato e immaginifico serbatoio creativo”, immesso sul mercato grazie a influencer promotori del gusto massificato, scelti tra i calciatori e i rapper più corrivi. Da Beckham a Sfera Ebbasta.

Il risultato è che l’incontro con questa fauna produce immediati effetti estranianti in una platea (residua?) di persone non acquiescenti al look borgataro: quelle braccia pittate a colori opachi verde e rosso che mi paiono le squame di un rettile, la trasformazione dei lembi di pelle disponibili, dalle schiene alle cosce, nelle pagine miniate di insulsi diari narcisistici, la gola di Fedez decorata da una specie di ragnatela che da lontano sembra il collo di un improbabile maglione da sci e da vicino la trappola di un insetto velenoso.

Un terribile appiattimento eterodiretto delle scelte comportamentali e – prima di tutto – dell’espressività pubblica, subalterne alle logiche indotte di consumo. A conferma che di questi tempi tali scelte (indotte) coincidono con la macelleria sociale. Mentre ci si illude di proiettare un’immagine di irriducibilità ribellistica smentita dalla sudditanza psicologica ai modelli seriali e ripetitivi esibiti da uno star-system di inconsapevoli.

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